lunedì 20 febbraio 2017

C. W. Ceram, Civiltà sepolte. Il romanzo dell'archeologia (Einaudi, 1995)


Più e più volte riedito (prima edizione 1949 col titolo GötterGräber und Gelehrte. Roman der Archäologie), il libro - rifiutato da diversi autori e stampato in proprio dall'autore - fu un clamoroso best seller con milioni di copie vendute in tutto il mondo (con traduzioni in venti lingue, compreso il braille), e divenne in brevissimo tempo un classico della divulgazione archeologica. La sua fortuna, come indica anche il titolo, è quella di utilizzare una accattivante forma narrativa da armonizzare con la correttezza storica e la solidità scientifica, muovendosi su "tre piani di narrazione: la rievocazione delle antiche civiltà; la storia delle singole ricerche, delle spedizioni scientifiche; la vicenda umana degli uomini che quegli scavi han condotto. I tre piani, per solito, gravitano attorno a un motivo narrativamente non pianificabile: il caso, l'accidente, l'imprevisto". Ne emergono figure di uomini e di scienziati che lasciano al lettore "la sensazione che le fatiche di Winkelmann o Champollion o Petrie fossero stupende evasioni dalla monotonia di esistenze mediocri. Con il riscatto, l'estrema catarsi che quell'evasione conduce alla conquista di reali tesori di bellezza e conoscenza" (dalla Nota introduttiva al volume).
Il libro è diviso in cinque parti, come altrettanti libri da dedicare a singole civiltà sepolte: Il libro delle statue (dedicato alla civiltà classica, greco-romana e minoico-micenea); Il libro delle piramidi (antico Egitto); Il libro della torri (civiltà della Mesopotamia, il riferimento è alle ziqqurat); Il libro delle scale (civiltà precolombiane, caratterizzate dalle piramidi a gradoni); I libri che non si possono ancora scrivere (su civiltà in fase di scoperta e di valorizzazione, su tutte gli Hittiti, cui però l'autore ha dedicato in seguito un volume a sé dal titolo Il libro delle rupi, trad. it. Einaudi, 2003).

Il libro delle statue parte dalla scoperta di Pompei, il 1° aprile 1748; il 6 aprile fu trovata la prima grande pittura murale, il 19 i primi morti: uno scheletro disteso le cui mani cercavano ancora di afferrare alcune monete d'oro e d'argento scivolate a terra. Poco dopo ad Ercolano si scoprì un'intera biblioteca: la Villa dei papiri del filosofo Nicodemo. La tragedia di Ercolano e Pompei si consumò il 24 agosto del 79 d.C., e in maniera estremamente diversa nelle due città: Ercolano fu subito investita e travolta da una colata di lava, fango e cenere, che sommerse le case fino ai tetti, e bruciando tutto ciò - uomini e cose - che le si frapponesse; a Pompei l'agonia fu più lenta, e più subdola: prima una leggera pioggia di cenere, che si poteva facilmente scuotere di dosso; poi caddero i primi lapilli, e infine - ma ormai era troppo tardi perché i cittadini si accorgessero del loro destino - pesanti massi di diversi chilogrammi, scagliati come proiettili. Vapori solforosi calarono sulla città: chi usciva in strada moriva soffocato, chi cercava rifugio in casa veniva poi schiacciato dal crollo del tetto, su cui gravavano spessi strati di cenere. Molti scheletri furono trovati nel gesto - inutile e disperato tentativo - di proteggersi il volto con le mani o con un lembo della tunica. "Quale storia si nasconde dietro i resti di due gambe che portavano ancora i ceppi dello schiavo, incatenato mentre intorno infieriva la distruzione? Quale tormento nella fine di un cane trovato legato sotto il tetto crollato di una stanza? L'animale era salito sempre più in alto sullo strato di lapilli che entravano dalla porta e dalle finestre con l'impeto di un torrente, finché si trovò schiacciato contro il soffitto, e infine abbaiò per l'ultima volta e cadde soffocato. (...) Davanti alla Porta Ercolano si trovarono corpi su corpi, ancora carichi del peso troppo grave delle masserizie. In una camera ostruita si rinvennero gli scheletri di una donna e di un cane. Un'attenta osservazione rivelò uno spaventoso episodio. Mentre lo scheletro del cane aveva conservato la sua forma, le membra della donna si trovavano sparse in tutti gli angoli della stanza. Chi o che cosa le aveva disperse così? Forse il cane, sopravvissuto per un giorno alla morte della padrona, l'aveva assalita e divorata, soverchiato dal violento istinto della sua natura ferina.
Uomo che cerca di proteggersi il volto
(Pompei, calco)
Non molto lontano un rito funebre era rimasto interrotto; i convitati furono trovati dopo millesettecento anni, ancora giacenti sui letti da riposo, partecipi alla loro stessa sepoltura. Qui sette bambini erano stati sorpresi durante il gioco nella propria stanza, ignari della morte. Di quali grida echeggiò la casa sepolta quando un dimenticato, un ritardatario scoprì che porte e finestre gli erano ormai precluse? quando brandì l'accetta per abbattere la parete? quando si accorse che anche dietro quel muro non gli si apriva più nessuna via di uscita, quando assalì con l'accetta anche la seconda parete e, dopo aver incontrato anche nel vano successivo solo macerie, cadde infine sopraffatto? Nelle stanze da studio erano le tavolette di cera, nella biblioteca i rotoli di papiro, nelle botteghe gli utensili, nei bagni gli strigili. Sui banchi delle taverne giacevano ancora le stoviglie e il denaro gettato in fretta dall'ultimo avventore (...). Quarantotto ore dopo, il sole brillava di nuovo, ma Pompei ed Ercolano avevano cessato di esistere. In un raggio di diciotto chilometri la campagna era distrutta, il suolo ricoperto. Particelle di cenere avevano raggiunto l'Africa, la Siria, l'Egitto. Solo una tenue colonna di fumo saliva ancora dal cratere. E il cielo era tornato azzurro! ... E in realtà non si potrebbe escogitare sistema migliore di questa pioggia di cenere per tramandare (o più esattamente, conservare) alla posterità una città nella piena attività della vita quotidiana. E' come se una bacchetta magica avesse toccato improvvisamente due città viventi; e la legge del tempo, la legge del divenire e del trascorrere, avesse perso la sua validità!" (pp. 13-15).
Ampio spazio è dedicato alla Favola del giovane povero che trovò un tesoro, ossia al racconto della vita di Heinrich Schliemann, "una delle figure più straordinarie che siano mai esistite, non solo fra gli archeologi, ma fra tutti gli uomini che si votarono a una scienza". Ecco un passo dell'avvincente racconto di Ceram: "Nel suo quarantaseiesimo anno di età, il milionario Schliemann non si recò nella Grecia moderna, ma direttamente nel regno degli Achei. E non ebbe forse un'entusiasmante conferma, quando la prima persona che gli venne incontro a Itaca fu un maniscalco che gli presentò sua moglie Penelope e i suoi due figli Odisseo e Telemaco? E si verificò qualcosa che pare incredibile: di sera, nella piazza del paese, il ricco e ragguardevole straniero lesse il canto XXIII dell'Odissea ai discendenti di coloro che erano morti tremila anni prima. La commozione lo vinse; pianse e con lui piangevano uomini e donne! (...) Il compito di Schliemann era qui (a Micene) ben diverso che a Troia. L'ubicazione dell'antica Micene era sicura. E' vero che polvere di millenni aveva ricoperto le rovine, e dove avevano dominato i re pascolavano ora le greggi; ma i ruderi restavano ancora a testimoniare il fasto, la grandezza e il passato splendore". Dopo la grande scoperta "partì un cablogramma per il re di Grecia: Con gaudio singolare annunzio a V.M. di aver scoperto le tombe che la tradizione indica come quelle di Agamennone, Cassandra, Eurimedonte e i suoi compagni, uccisi durante il banchetto da Clitennestra e dal suo amante Egisto!. Si deve immaginare l'emozione di Schliemann, a misura che egli scopriva gli scheletri degli eroi che avevano combattuto a Troia e che tutto il mondo aveva confinato nel regno delle favole. Egli contemplò quei volti corrosi dal tempo, ma ancora riconoscibili, con le orbite vuote, il naso scomparso, la bocca contratta in un'orribile smorfia sotto l'impressione dell'ultimo scempio veduto: ossa da cui pendeva ancora della carne, e su cui tintinnavano bracciali e ornamenti, ossa di uomini che più di due millenni prima avevano vissuto in quei luoghi ed erano stati preda di odi e passioni. Schliemann non aveva più alcun dubbio.
Micene, Porta dei Leoni
Egli trovò armi, armi ricche e preziose di cui erano forniti i defunti per ogni possibile eventualità nel regno delle ombre. Fece notare la combustione frettolosa dei corpi. Coloro che li avevano seppelliti avevano appena dato al fuoco il tempo di divorare tutto e avevano poi ricoperto ogni cosa di terra e di pietre, con la fretta degli assassini che vogliono disperdere le tracce (...). A sera, quando il giorno calava e le ombre della notte scendevano sull'acropoli di Micene, Schliemann faceva accendere dei fuochi per la prima volta dopo 2344 anni. Fuochi di guardia che ne ricordavano altri, quelli che avevano annunziato a Clitennestra ed al suo amante l'arrivo di Agamennone". Singolare, come tutta la sua vita, fu anche la morte di quest'uomo: "Egli voleva trascorrere con la moglie e con i figli la festa di Natale. Un forte mal d'orecchi lo affliggeva. Tutto preso da nuovi progetti si limitò, mentre passava per l'Italia, a consultare un paio di medici sconosciuti che lo rassicurarono. Ma nel giorno di Natale cadde nella piazza della Santa Carità a Napoli e perdette la parola, conservando però la conoscenza. Pietosi passanti trasportarono il milionario all'ospedale, dove gli fu negato il ricovero. Quando la polizia lo perquisì gli si trovò in tasca l'indirizzo di un medico. Questi fu chiamato, spiegò di chi si trattava e chiese una carrozza. I passanti guardarono l'uomo che giaceva spezzato al suolo, in vesti dimesse e con aspetto così misero. Domandarono chi avrebbe pagato e il medico rispose: E' un uomo ricco, e trasse dal mantello del malato una borsa piena d'oro! Per una notte intera tribolò ancora Heinrich Schliemann, sempre in perfetta coscienza; poi si spense. Quando la sua salma fu portata ad Atene, accanto alla bara stavano il re e il principe ereditario di Grecia, i rappresentanti diplomatici delle potenze straniere, i ministri del paese e i capi di tutti gli Istituti scientifici del luogo. Davanti al busto di Omero essi ringraziarono quel filoelleno che aveva arricchito di mille anni la conoscenza dell'antichità greca. Accanto alla bara c'erano la moglie e i due figli. Si chiamavano Andromaca e Agamennone" (p. 63).
L'ultima sezione della I parte del volume è dedicata alla civiltà minoica di Creta, e reca come titolo Il filo di Arianna. Nonostante una prima intuizione di Schliemann, fu l'inglese Arthur Evans a portare a compimento lo scavo di Cnosso, e quello che ne emerse fu il meraviglioso palazzo che la leggenda attribuisce a Minosse, il labirinto del Minotauro. Al suo interno, fra le varie cose, affreschi di straordinaria bellezza: "Il popolo che qui aveva dimorato aveva vissuto nella ricchezza e nel piacere, e forse era già scivolato in quella molle decadenza che reca in sé il germe della rovina e facilmente attecchisce su un giaciglio di rose (...) Era il tempo in cui la vita era piena di fasto e di benessere. Si praticava il culto della bellezza. Gli affreschi rappresentavano giovinetti che errano per i prati raccogliendo fiori di croco in calici sottili e fanciulle che indugiano su campi di gigli. La civiltà minacciava di risolversi in puro sfarzo. La pittura non era più un'ornamentazione sorretta da una rigida forma, ma un'orgia di colori e un allucinato splendore; le dimore non sorgevano più da una necessità, ma dal lusso; l'abbigliamento non era più espressione di un bisogno imposto dalla natura e dalla consuetudine, ma oggetto di gusto e di raffinatezza. Le donne portavano un alto berretto a punta, e un lungo vestito decorato di strisce colorate aperto sul davanti e fermato da una cintura, con un colletto alto e rigido che lasciava scoperti i seni.
Fanciulla che coglie un fiore (Palazzo di Cnosso)
E se i capelli corti sono un segno di modernità, queste donne, con le teste rasate come quelle degli uomini, sono più moderne che mai! Così esse ci appaiono dalle immagini che ne sono rimaste: con movimenti di grazia indolente, distese con stanca leggiadria sulle sedie da giardino, giocando con un guanto o conversando con un fascino tutto parigino nello sguardo e nell'espressione... e ci sembra inverosimile che siano dame di un tempo trascorso da millenni" (pp. 67-69). Sulla fine della civiltà cretese il buio è ancora fitto: un terremoto (secondo Evans), o l'eruzione del vulcano sull'isola di Thera/Santorini, o forse un'invasione dal mare. Certamente quando i Micenei arrivarono e si stanziarono a Cnosso non trovarono che rovine. Una luce potrebbe venire forse dalla tutt'oggi indecifrata scrittura cretese, la lineare A: "ora è venuto il tempo degli interpreti, il tempo di coloro che ritroveranno il filo di Arianna. Dove brucia la lucerna di colui che saprà decifrare la scrittura cretese? Essa manderebbe tanta luce da illuminare un'Europa rimasta sepolta nell'oscurità dei secoli per tre millenni" (p. 73).
Il libro delle piramidi ripercorre le tappe principali delle scoperta dell'Antico Egitto, che così viene presentato da Ceram: "Al mattino presto il sole sorge su un cielo azzurro acciaio e segue il suo percorso, giallo, torrido e violento, riflesso sulla sabbia bruna, gialla, ocra, bianca. Le ombre sono taglienti, turchine, colate nella sabbia come inchiostro, silhouettes ritagliate dei corpi che le proiettano. Contro questo siccità perennemente soleggiata, che non conosce temporale, né pioggia, né neve, né grandine, né nebbia, che non ha mai udito il rombo del tuono, mai veduto il balenare del lampo, contro questa arsura che dissecca l'aria e la isterilisce, rende la terra infeconda, grumosa, friabile, sminuzzata in tutte le sue zolle, ecco che si riversa il Nilo, il padre dei fiumi, il gran padre Nilo. Là sorgono le piramidi - nel solo territorio del Cairo ne restano le tracce di sessantasette - nel deserto senza ombra, allineate sulla piazza d'armi del sole, i colossali sepolcri dei re" (pp. 87-88). Ceram ricostruisce poi in tutte le sue fasi l'opera di decifrazione del geroglifico da parte di Champollion; e il contributo di varie figure: fra questi l'italiano Bolzoni, il tedesco Lepsius, il francese Mariette, gli inglesi Petrie e Carter. Fra le curiosità poco note degli antichi egizi, diretta conseguenza della loro religione che adorava dèi in forma di animali, è il loro culto verso gli animali stessi, al punto da vedere in essi una rappresentazione o reincarnazione divina, e di conseguenza a fornire loro una degna sepoltura. Da ciò il sorgere di numerosi cimiteri di animali: quelli dei gatti a Bubasti, dei coccodrilli a Ombos, degli ibis a Ashmunen, dei montoni a Elefantina.
Un capitolo intero è poi dedicato alle mummie e alle tecniche di mummificazione; un paio di capitoli al celebre rinvenimento della tomba di Tutankhamon grazie a Carter. Riguardo a quest'ultimo episodio, Ceram ricorda prima il ritrovamento nella tomba di un gran numero di fiori, perfettamente conservati (grano e picris, la mandragora matura e il solano), a tal punto che - in base al loro periodo di fioritura - ha consentito agli studiosi di affermare che Tutankhamon venne seppellito fra la metà di marzo e la fine di aprile; e ripercorre poi la leggenda della "maledizione del faraone", sfatando tale mito, nato anche a seguito di alcune vicende che avrebbero colpito la spedizione di Carter.
Bassorilievo raffigurante Assurbanipal
Il libro delle torri parte dalla descrizione della Mesopotamia: "la terra fra l'Eufrate e il Tigri era piatta. Solo qua e là sorgevano colline misteriose su cui infuriavano le tempeste di sabbia e si formavano ripide dune di terra nera che crescevano per cento anni e sparivano nei cinque secoli successivi. I beduini che vi sostavano per concedere uno scarso nutrimento ai loro cammelli, non sapevano che queste colline celassero qualcosa, e, fedeli seguaci di Allah e di Maometto suo profeta, ignoravano le parole della Bibbia che descrivevano questa terra" (p. 215). In effetti gli studi di assiriologia erano tutti condizionati, nei primi tempi, dalla ricerca di un valore da dare ai racconti della Bibbia: Bibel und Babel, fu il nome della questione.
Dopo aver descritto le tappe della decifrazione della scrittura cuneiforme, a partire dal decisivo contributo di un modesto insegnante di liceo, Grotefend, che per primo riuscì a tradurre correttamente dieci righe; Ceram traccia un ritratto delle maggiori figure nel campo dell'assiriologia, soprattutto dal punto di vista degli scavi realizzati. E al riguardo descrive una scena in cui appare tutto lo stupore e l'ammirazione che questi pionieri dell'archeologia destavano nella popolazione del posto: "Dopo il buon esito di questa impresa, la sera Layard se ne tornò a casa; lo accompagnava lo sceicco Abd-er-Rahman. Così parlò lo sceicco: "Meraviglioso! Meraviglioso! C'è senza dubbio un solo dio e Maometto è il suo profeta! In nome dell'altissimo, dimmi, o bey, che cosa farai di queste pietre. Ma Dio è grande! Qui sono le pietre, che furono sepolte fin dal tempo del santo Noè, la pace sia con lui. Forse esse erano sotto la terra già prima del Diluvio! Ho vissuto da anni in questa terra. Mio padre e il padre di mio padre piantarono qui la loro tenda prima di me. Ma essi non hanno mai saputo nulla di queste figure. Da dodici secoli i veri credenti, Dio sia lodato, essi solo posseggono la vera saggezza, si sono stabiliti in questa contrada, e nessuno di essi, e di quelli che vennero prima di loro, ha mai sentito parlare di un palazzo sotterraneo. E guarda! Viene un frangi da una terra distante molti giorni di viaggio e va diritto sul posto, prende un bastone e traccia una linea di qua e un'altra di là. Qui, dice, è il palazzo, e là, dice, è la porta, e ci indica ciò che per tutta la nostra vita è stato sotto i nostri piedi, senza che ne sapessimo nulla. Meraviglioso! Meraviglioso! Hai appreso questo sui libri, per magia o attraverso i profeti? Parla, o bey! Dimmi il segreto della sapienza!". Calava la notte e sulla collina di Nimrud echeggiavano ancora schiamazzi e rumore. Con musiche, danze, e suono di cembali fu festeggiato il successo. Il toro alato giaceva pallido e gigantesco sul carro e guardava il mondo trasformato..." (pp. 260-261).
Un capitolo importante della sezione mesopotamica è dedicata alla scoperta del racconto del Diluvio universale, in una tavoletta trovata da George Smith al British Museum. La tavoletta apparteneva alla collezione della Biblioteca di Assurbanipal, la più grande biblioteca dell'antichità dopo quella di (papiracea) Alessandria. La biblioteca era costituita da due vani, annessi al Palazzo di Sannacherib, e custodiva 30.000 tavolette di argilla, in pratica tutto lo scibile della cultura sumero-accadica. Assurbanipal (668-626 a.C.) era un sovrano illuminato, pacifico e che amava la cultura: la biblioteca fu istituita "allo scopo della sua propria lettura", e fu messa su sistematicamente, tramite raccolte private, o più spesso tramite disposizioni regie di eseguire copie in tutte le parti del suo regno. Così il sovrano scriveva a Shadanu, uno dei suoi impiegati a Babilonia: "Il giorno che riceverai la mia lettera, prendi con te Shuma, suo fratello Bel-etir, Apla e gli artisti di Borsippa, che tu conosci, e raccogli le tavole che sono nelle case e quante si trovano nel tempio di Ezida. Cerca e portami le preziose tavole di cui non esistono copie in Assiria! Ora ho scritto al capo del tempio e al governatore di Borsippa che tu, Shadanu, conserverai le tavole nel tuo magazzino di viveri e nessuno deve rifiutarsi di consegnarle. Quando venite a sapere di una qualsiasi tavola o testo rituale che sia adatto per il palazzo, cercatelo, prendetelo, e mandatelo qui!".
Fra le figure più singolari dei primordi dell'assiriologia, Ceram ricorda poi il tedesco Koldewey (lo scavatore di Babilonia), che attraversò contrade e paesi in rivolta, muovendosi sotto il fischio delle pallottole, e divertendosi a comporre versi spiritosi, del tipo:

                                             Oscure sono le vie del destino,
                                             incerta la stella del futuro,
                                             prima di andare a letto,
                                             bevo volentieri un cognac!  

L'ultima parte della sezione dedicata alla Mesopotamia, Ceram la riserva al misterioso popolo dei Sumeri: "dove sia stata elaborata questa civiltà, rimane uno dei grandi interrogativi dell'archeologia. La loro lingua è simile all'antico turco (turanico); il loro aspetto fisico li ricollega al ceppo indo-europeo. Genti che scorgono e venerano le loro divinità sempre sulla vette delle montagne, e in una pianura straniera costruiscono in loro onore montagne artificiali, le ziggurah, non possono provenire in nessun caso dalle grandi pianure. Vennero forse dall'altopiano iranico o da molto più lontano, dalle regioni montuose dell'Asia? L'architettura primitiva sumerica deriva da una tradizione di costruzioni in legno, quali possono sorgere solo in zone montuose e boschive. Ma anche qui non c'è niente di sicuro; anzi una tale ipotesi è contraddetta da una parte delle antiche leggende sumeriche, che raccontano di un popolo che venne in Mesopotamia dal mare. E non mancano indizi anche per sostenere questa teoria. In seguito a scavi nella valle dell'Indo, si scoprì l'esistenza di una civiltà altamente evoluta, e furono rinvenuti strani bastoni-sigilli rettangolari, che per la forma e lo stile dell'incisione delle iscrizioni erano perfettamente somiglianti a quelli che erano stati trovati a Sumer!" (p. 319). Circa però la loro origine antichissima non ci possono essere dubbi. La Lista dei re di Sumer risale, come la Bibbia, fino alla creazione dell'uomo; prima del Diluvio, i Sumeri parlano di "Re primitivi", in numero di dieci; la Bibbia egualmente di dieci progenitori. Per gli Ebrei l'età dei progenitori era altissima (si pensi a Matusalemme); per i Sumeri i dieci re primitivi avrebbero governato per 241.000 anni, o secondo un'altra tradizione, a 456.000 anni! Da ciò la sfiducia degli storici e dell'archeologi nei confronti della Lista dei re sumerica, della quale si consideravano storicamente esistiti soltanto i re a partire dell'VIII dinastia dopo il Diluvio. Senonché Leonard Wooley, uno dei più grandi archeologi del Novecento, scopritore di Ur, rinvenì un monile con l'iscrizione del re "A-anni-padda, re di Ur, figlio di Mes-anni-padda, re di Ur", sovrano che, secondo la Lista dei re, apparteneva alla III dinastia dopo il Diluvio...
Il libro delle scale inizia con un ritratto a tinte fosche di Hernan Cortés, colui che sradicò la fiorente civiltà azteca: "Cortez era un conquistatore e non uno scienziato. Egli era affascinato dalla bellezza solo quando era preziosa, e dalla grandezza solo per misurarsi con essa. Gli stava a cuore il guadagno per sé e per sua Maestà di Spagna, e senza dubbio anche la diffusione della Croce cristiana; ma il sapere gli era indifferente (a meno che non si scambi la sua curiosità geografica con l'interesse per il sapere). Solo un anno dopo (il suo incontro con Cortez) Montezuma era morto, e la splendida Messico era distrutta. E non solo la città: il Messico tutto! Con le parole di Spengler: Questa civiltà è l'unico esempio di morte violenta. Essa non si spense lentamente, non fu compressa o impedita nel suo sviluppo, ma fu trucidata nel pieno fulgore della sua espansione, distrutta come un girasole a cui un viandante abbia troncato il capo" (pp. 330-331).
Alla civiltà azteca Ceram dedica pertanto un capitolo dal titolo appunto di La civiltà decapitata: cancellata dalla storia, fu riscoperta da John Lloyd Stephens, che nella sua passione per le antiche civiltà americane, finì per comprare - dal proprietario del terreno - un'intera città maya, quella di Copàn, per 50 dollari, solo per poterla studiare con agio e senza avere grattacapi. Certamente fra le due principali civiltà centro-americane, Maya e Aztechi, oltre a quelle precedenti ma di cui si sa pochissimo, ossia quelle dei Toltechi e degli Olmechi (quest'ultima parrebbe la prima civiltà in assoluto d'America), esistono indubbi rapporti, di religione e nelle costruzioni architettoniche; mentre molto diversi sono gli Incas del Sudamerica. Una particolarità delle civiltà americane, che le rende uniche nella storia dell'uomo, è che tutte le altre antiche civiltà (cinesi, indù, sumere, babilonesi, egizie) sono civiltà fluviali, per cui "l'indagine storica si era ormai abituata a considerare la presenza di un fiume quale presupposto per la formazione di una civiltà. Le civiltà americane, invece, non furono civiltà fluviali; eppure non si poteva dubitare che fossero state prospere e fiorenti. Altro presupposto per la formazione di una civiltà era la tendenza dei popoli all'agricoltura e all'allevamento del bestiame e degli animali domestici. I Maya praticavano l'agricoltura, ma non l'allevamento del bestiame: la civiltà maya è l'unica che non conosce gli animali domestici da tiro, e che è quindi priva di mezzi di trasporto (...). I blocchi e le sculture venivano trascinati senza mezzi di trasporto, senza bestie da tiro, e i rilievi erano eseguiti a meraviglia senza ferro, rame o bronzo, ma solo con strumenti in pietra. Il lavoro prodotto da questi operai maya supera forse anche quello dei costruttori delle piramidi egizie" (pp. 374 e 389).
Tempio di Kululkan a Chichen-Itzà
Nonostante sia relativamente vicina a noi, della civiltà maya - ma anche dell'azteca - restano pochissime testimonianze letterarie originali, a causa della sistematica distruzione messa in atto dai conquistadores spagnoli e dagli uomini di chiesa al loro seguito: Juan de Zumàrraga, il primo arcivescovo del Messico, ordinò la requisizione di tutte le scritte degli indigeni e la loro distruzione in un falò pubblico. Dei Maya ci restano solo tre manoscritti precedenti l'epoca dei conquistadores, e nessuno di provenienza spagnola: uno è oggi a Dresda (Codex Dresdensis, il più antico), il secondo a Parigi (Codex Peresianus), e l'ultimo a Madrid (Codex Tro-Cortesianus) [ma un quarto è affiorato negli anni settanta: il cosiddetto Codice Grolier].
Uno dei misteri più fitti dei Maya è l'abbandono del cosiddetto Antico Regno, nello Yucatan meridionale (?-610 d.C.), per il Nuovo Regno nello Yucatan settentrionale, quando tutta la popolazione maya in massa abbandonò le vecchie città per rifondarne di nuove: "un intero popolo civile, di abitatori di città, si mise in cammino, abbandonando le solide dimore, le strade, le piazze, i templi e i palazzi, per recarsi nel lontano e selvaggio nord. E nessuno di questi emigranti ritornò indietro. Le città divennero deserte, la giungla inghiottì le strade, le erbacce soffocarono le scale e le soglie, i semi della vegetazione delle foreste penetrarono nelle commessure che il vento riempiva di granelli di terra; i germogli crescendo aprirono crepe nelle murature e piede umano non si posò più sul lastricato dei cortili né salì le scale delle piramidi. Per riuscire a immaginare un evento così inspiegabile, dovremmo supporre, ad esempio, che ad un certo momento i Francesi si siano trapiantati improvvisamente sulle coste del Marocco abbandonando cattedrale e città, e abbiano fondato là una nuova Francia. E non basta! Poiché dovremmo supporre che appena arrivati essi comincino subito a costruire quello che avevano appena lasciato ed elevino quindi di nuovo cattedrali e città" (p. 386). Fra le possibili - ma non certe - spiegazioni potrebbero esserci le primitive tecniche agricole dei Maya, che potrebbero aver esaurito la fertilità dei terreni, e indotto ad uno spostamento di massa pena il morire di fame.
Fra le caratteristiche più evidenti dei Maya ci sono invece le loro impressionanti abilità matematiche e astronomiche: tutti i loro monumenti sono il frutto di complessi calcoli sulla base del loro calendario, che, da un punto di vista astronomico, è più preciso di quello che usiamo oggi. "Questo popolo, che seppe unire la più esatta osservazione del cielo ai più complicati artifici matematici, dando così la prova di una spiccata attitudine al pensiero razionalistico, soggiacque d'altro canto al peggiore dei misticismi (...). L'alta cultura e la scienza dei sacerdoti divenne sempre più esoterica; non le giungeva nessun apporto dal basso, né era sollecitata da nessuno scambio di esperienze. La speculazione dello scienziato maya si rivolgeva sempre più agli astri e dimenticava di rivolgersi ai campi da cui traeva il suo sostentamento e la sua forza. Questo inaudito orgoglio della classe colta spiega come un popolo che riuscì a compiere opere così notevoli nel campo della scienza e in quello dell'arte, non fu capace di inventare l'utensile più importante e nello stesso tempo più semplice: l'aratro" (pp. 389-390).
Resta comunque di queste civiltà, dei Maya prima e soprattutto degli Aztechi, un terribile lato oscuro, connesso alla loro pratica dei sacrifici umani, in maniera "quale non si riscontra in nessuna altra civiltà del mondo". Scrive infatti Ceram: "la religione azteca aveva una caratteristica che riempiva effettivamente di orrore e di spavento, e che poteva far pensare ad opera satanica. Si trattava di sacrifici umani, che venivano eseguiti con grande frequenza, e nel corso dei quali i sacerdoti strappavano il cuore palpitante del corpo della vittima". Un soldato spagnolo entra in un teocallo "e notò qualcosa di più spaventoso ancora (dell'aspetto del dio-serpente): le parenti della stanza erano tutte grondanti di sangue umano. C'era un fetore ancora più insopportabile di quello di un macello in Castiglia. E che cosa c'era sulla pietra dell'altare? Tre cuori umani, che la sua fantasia vide ancora sanguinosi e fumanti!" (pp. 342-345). Gli Aztechi in effetti non facevano guerre di conquiste per il desiderio di espansione, ma solo per catturare prigionieri da sacrificare sui loro teocalli; i malcapitati venivano rinchiusi in gabbia, e poi messi a ingrassare in vista del sacrificio. A Xipe Totec (il cui nome significa "Nostro Signore lo Scorticato"), dio della terra e della primavera, si sacrificavano vittime scorticandole vive "e vestendone le pelli sanguinanti, mentre il disgraziato che ne era stato spogliato si scuoteva ancora negli ultimi spasimi dell'agonia". A Chichen-Itzà, la capitale maya del Nuovo Regno, fu trovato dall'americano Thompson, il "pozzo sacro", dove, per placare la collera del dio pioggia, i sacerdoti gettavano fanciulle vive, facendole seguire da oggetti preziosi, oro e gioielli.
I libri che non si possono scrivere traccia un quadro riassuntivo sulle altre civiltà di cui ancora non si può scrivere molto: secondo Ceram gli Hittiti, gli Indù e gli Incas. Del resto è difficile individuare tutte le civiltà che si sono alternate nella storia dell'umanità; secondo lo storico A. J. Toynbee (A Study of History, a c. di D. C. Somervell) sarebbero ben 21: occidentale, bizantino-ortodossa, russo-ortodossa, persiana, araba, degli Indù, dell'Estremo Oriente, degli Elleni, dei Siri, degli Indiani, cinese, giapponese-coreana, minoica, sumerica, hittita, babilonese, egiziana, delle Ande, del Messico, dello Yucatan, dei Maya. Dall'elenco resterebbero comunque escluse, secondo Ceram, altre civiltà mitiche o di cui non si sa niente: Atlantide (leggenda o storia vera tramandata da Platone), i monumenti in pietra tufacea nera dell'Isola di Pasqua (su cui numerose tavolette di legno in una scrittura simile a quella geroglifica potrebbe sciogliere l'enigma: si veda T. Barthel, Princìpi per la decifrazione della scrittura dell'isola di Pasqua, 1958; volume peraltro molto contestato); fino agli Etruschi, ai quali l'italiano Carlo M. Lerici, ricchissimo industriale, che in piena maturità si è dato all'archeologia - come un novello Schliemann - sacrificando il suo patrimonio e scoprendo da solo 5250 tombe etrusche fra Cerveteri e Tarquinia.
In conclusione: qual è il senso della storia e dello studio del passato? Secondo le parole stesse di Ceram: "Quando consideriamo da vicino la storia dell'umanità, viene il momento in cui sentiamo il respiro dell'eterno, poiché dobbiamo constatare che in cinquemila anni di storia umana ben poco è andato perduto; spesso ciò che era buono diventò cattivo, ciò che era giusto venne falsato, ma continuò ad agire anche quando non era più chiaramente presente alla nostra coscienza. Abbiamo allora l'improvvisa e terribile sensazione di che cosa significa essere uomini; ci sentiamo immersi nel flusso di innumerevoli generazioni, di cui portiamo in noi pensieri e sentimenti come un retaggio insopprimibile, senza per lo più renderci conto del peso di questa eredità (che ci trasciniamo dietro, soli tra i mammiferi) e senza far fruttare come dovremmo la moneta che abbiamo ricevuto" (p. 303).
Il volume di Ceram sprona quindi in definitiva ogni lettore ad appassionarsi alle meraviglie perdute del mondo antico, per troppo tempo dimenticate sotto cumuli di sabbia o di polvere, e a cimentarsi con le tappe della ricerca archeologica (o storica in generale), nella consapevolezza che "essa acquista infatti il suo valore umano e morale solo se compie una sofferta, meditata, pensosa ricerca che attraverso la universale multiformità dell'uomo ne colga l'essenza e conduca dunque alla scoperta di se stessi, a una fondamentale unitarietà della persona. E non è solo perché noi come i Caldei facciamo scongiuri ai gatti neri o perché dobbiamo ai Maya il cioccolato, che su di noi incombe il compito, quasi il dovere, di riscoprire queste altre vite che ci hanno preceduto" (dalla Premessa di Donatella Taverna).

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