venerdì 17 febbraio 2017

C. W. Ceram, Civiltà al sole (Oscar Mondadori, 1988)


C. W. Ceram (pseudonimo di Kurt Wilhelm Marek) è un giornalista tedesco, noto soprattutto come divulgatore di archeologia, scienza a cui ha dedicato numerosi libri, tutti fortunatissimi dal punto di vista editoriale, con record di vendite in molti paesi. Civiltà sepolte (pubblicato nel 1949) resta la sua opera di maggior successo, libro che però ha una sua versione minor in Civiltà al sole, edito per la prima volta nel 1957 col titolo di Götter, Gräber und Gelehrte im Bild ("Dèi, tombe e studiosi illustrati""); dove il testo è molto ridotto a favore di un ricco apparato iconografico e figurativo (316 illustrazioni nel testo e 16 fuori testo). 
Il volume si divide in cinque libri, dedicati rispettivamente alla nascita dell'archeologia, all'antico Egitto, ai popoli della Mesopotamia, alle civiltà precolombiane d'America, e l'ultimo con uno sguardo retrospettivo alle nuove frontiere dell'archeologia (aerea e subacquea).
Ai primordi dell'archeologia (libro I), Ceram colloca la figura di Winckelmann (di cui pochi sanno che fu brutalmente assassinato in Italia, a Trieste per la precisione, da un cuoco toscano che intendeva derubarlo di alcune sue preziose medaglie) e la scoperta di Pompei
Della città campana l'autore ricorda il rinvenimento, nel maggio 1925, di una statua raffigurante un giovinetto, che era stata posta dai proprietari, all'avvicinarsi dell'eruzione, al riparo di una veranda, nella speranza (purtroppo vana!) di poter essere un giorno recuperata. In una casa in via dell'Abbondanza furono invece ritrovati i resti, all'interno di una locanda, dei bicchieri e delle coppe usati per bere da quei pompeiani che poi si spostavano al piano superiore, dove erano attesi da "Egle, Maria e Smyrna, ragazze di piacere, ovvero le amabili piccole asinelle (Asinellae). Il bar era un tempo rivestito di marmo. Al suolo si trovavano ancora sparse le monete pagate dagli ultimi avventori. I nomi delle ragazze erano graffiti sulle pareti. [...] Soltanto a Ercolano e Pompei, questo retaggio, di piccoli o grandi oggetti, rivela l'impronta ancora calda della mano dell'uomo: soltanto qui si avverte la presenza ancor viva di chi vi abitava" (p. 37). Altra testimonianza impressionante sono le scritte elettorali che coprono molti muri di Pompei, inneggianti o imprecanti il candidato di turno. Fra gli edifici invece, le costruzioni più notevoli sono la Villa dei Misteri, con un ciclo pittorico che rappresenta uno dei migliori esempi di pittura classica sopravvissuta; mentre ad Ercolano il più importante ritrovamento è la Villa dei papiri, casa del filosofo Filodemo, dove sono stati ritrovati preziosissimi rotoli di papiro (anche se di quasi impossibile lettura, essendo stati carbonizzati dalla lava). Misteriosissima è infine l'iscrizione pompeiana, conosciuta come "Quadrato Sator", rinvenuta dall'archeologo italiano Matteo della Corte su una colonna della Palestra, costituita da 25 lettere, che, da qualsiasi verso le si leggono, danno sempre le stesse parole, ma che se lette in senso bustrofedico (ossia da destra a sinistra e viceversa) darebbero - forse - un senso compiuto (Sator opera tenet, tenet opera sator, ossia "il seminatore [= Dio] tiene (nella sua mano) le opere, le opere tiene il seminatore").
Heinrich Schliemann
Altra figura straordinaria dei primordi della storia dell'archeologia - ma in realtà una delle più grandi figure di uomini di tutti i tempi - è quella del tedesco Heinrich Schliemann, lo scopritore di Troia prima, e di Micene poi. Da bambino cresce nel paese di Ankershagen, "attorno alle cui rovine e stagni corrono molte storie di fantasmi che, al pari dei racconti paterni sulla scomparsa di Pompei e sulle battaglie degli eroi troiani, fecondano la fantasia del ragazzo". Nel 1829, all'età di sette anni, riceve come regalo di natalo una Storia mondiale per ragazzi, dove, trovando un'illustrazione delle grandiose Porte Scee di Troia, il piccolo Schliemann esclama al padre che era impossibile che mura così poderose fossero scomparse, e che se esistevano lui le avrebbe senz'altro trovate. A quattordici anni, lavorando come garzone in una merceria, conobbe un giovane studente sfaccendato, che in compenso di tre bicchieri di acquavite, gli recitava a dei passi di Omero nell'originale greco, facendogli sorgere la passione per il grande poeta e le sue storie dimenticate. Finché diventato mercante in proprio, e avendo accumulato una grossa fortuna, decide finalmente di ritirarsi dagli affari e inseguire il sogno della sua fanciullezza: "tenendo sotto braccio l'Iliade di Omero esaminò anzitutto la collina vicino a Bunarbashi (sotto la quale tutti gli studiosi del tempo ritenevano che fossero sepolte le rovine di Troia, se mai questa città fosse realmente esistita). Con l'orologio alla mano poté provare che sarebbe stato impossibile ad Achille e Ettore girare per tre volte, nel fervore della battaglia, attorno alle mura della città (secondo quanto riferisce letteralmente Omero). Non trovò neppure le due fonti zampillanti, una calda e una fredda, citate da Omero; vi erano 34 sorgenti, ma tutte con uguale temperatura. Era pertanto impossibile, secondo le sue argomentazioni, che l'antica Troia si trovasse in quel luogo" (p. 48). Fu così che Schliemann volse le sue attenzioni alla collina di Hissarlik, dove finì per scoprire la Troia omerica "battuta dal vento", la città del mito, con il suo immenso tesoro (diademi, orecchini e oltre 8700 frammenti d'oro con cui adorna la giovane moglie Sophia, scattandole una foto leggendaria per gli annali dell'archeologia), che non esita a riconoscere come il "tesoro di Priamo". Disseppellisce poi anche la rocca di Tirinto, altro baluardo miceneo, e si reca anche a Creta, dove individua correttamente il palazzo di Minosse a Cnosso, non procedendo però nello scavo, lasciando la gloria all'inglese Arthur Evans. Nel 1890, ormai quasi settantenne, giunge in Italia, a Napoli; durante una passeggiata si sente male, a cade morto per strada. Il ricchissimo mercante tedesco muore così, modestamente vestito, mentre viene soccorso dalla gente del posto, che discute animatamente su chi debba pagare le spese per il trasporto della salma in ospedale.
Il "Principe dei gigli"
Del Palazzo di Minosse a Cnosso Ceram ricorda il celebre affresco del cosiddetto Principe dei gigli, che rappresenta al meglio l'ideale della civiltà minoica: "sono particolarmente evidenti i tratti caratteristici della civiltà cretese al suo apogeo: fragilità, nobiltà di forme, espressione serena, charme, stile floreale come manifestazione di decadenza e di snobismo" (p. 72).
Fra gli oggetti misteriosi rinvenuti sull'isola, nessuno può però rivaleggiare con l'enigmatico Disco di Festo. Secondo Evans il senso in cui doveva leggersi la scrittura era dal centro. Ma sbagliava: "Per prima cosa la scrittura è 'stampigliata'; infatti chiunque può chiaramente notare che vi sono qua e là sovrapposizioni impreviste. Ed è chiaro che le sovrapposizioni vengono dopo il resto. Con questa semplice osservazione si è potuto stabilire la direzione della scrittura. In secondo luogo tutti i simboli hanno la base verso l'orlo esterno e il vertice verso il centro. E' assurdo supporre che il lettore debba cominciare dal centro, perché in tal caso vedrebbe tutti i segni capovolti" (p. 82). La direzione giusta di lettura è dunque dall'esterno verso il centro, ma sul significato della scrittura il rompicapo continua.
Il libro II ripercorre le vicende principali che hanno condotto alla scoperta dell'antica civiltà dell'Egitto. Fra i monumenti più misteriosi è la Sfinge, vuota all'interno, ma con un ingresso sotterraneo stretto e nascosto, da cui - pare - gli antichi sacerdoti si intrufolavano per raggiungere la testa e parlare al popolo, ingannandolo con la pretesa che fosse direttamente la statua a pronunciarsi. Costruita molto probabilmente all'epoca di Chefren, intorno al 2650 a.C., dopo essere stata per tempi immemorabili sepolta sotto la coltre della sabbia, sappiamo da una tavoletta che il faraone Thutmose IV, dopo una battuta di caccia, si accasciò alla sua ombra, e sentì una voce misteriosa che gli intimava: "Guardami e osservami, o figlio mio Tuthmosis: io sono tuo padre, il dio Harachte Ra Aton. Già da lunghi anni il mio sguardo e il mio cuore si volgono a te. La sabbia del deserto mi opprime", e il giovane faraone fece pertanto liberare la Sfinge. Altro misterioso capolavoro egizio ricordato da Ceram era la Statua di Memnone (in realtà Amenofi III), che, secondo un qualche procedimento ancor oggi ignoto, emetteva un suono delicato e armonioso (ne danno testimonianza gli imperatori romani Adriano e Settimio Severo).
Fra le figure che hanno segnato tappe importanti nell'egittologia, Ceram ricorda l'italiano Giovanni Battista Bolzoni, strano e originalissimo scavatore e scopritore di antichità; e il francese Champollion, il decifratore del geroglifico. Tale scoperta fu certamente accelerata dal rinvenimento della cosiddetta Stele di Rosetta, una pietra in basalto nero trovata per caso nel 1799 da un soldato di Napoleone, oggi al British Museum. La pietra recava tre iscrizioni: una in geroglifico - 14 righe -, una in demotico (l'egizio del popolo, molto semplificato, derivato a sua volta dallo ieratico, l'egizio dei sacerdoti) di 32 righe, e l'ultima in greco. Si tratta insomma di uno stesso testo antico egizio, tradotto prima in demotico e quindi 54 righe in greco (l'Egitto era una delle più importanti satrapie dell'impero macedone). L'interpretazione della scrittura in geroglifici fu ritardata da un gravissimo errore commesso in epoca antica dall'egiziano Orapollo nel IV secolo dopo Cristo, secondo il quale la scrittura geroglifica era costituida solo da ideogrammi, mentre in realtà è a base perlopiù fonetica, con l'uso di ideogrammi in funzione di determinativi.
La Stele di Rosetta

Uno degli aspetti più affascinanti dell'antico Egitto, se non il più affascinante, è senz'altro costituito dalle mummie e dal complesso procedimento messo in atto per mummificare i corpi. Mummia è innanzitutto una parola araba, da 'mumiya', una sostanza naturale, a cui si attribuivano virtù medicamentose, usata per imbalsamare i cadaveri. I corpi erano trattati sempre nello stesso modo: si estraeva il cervello dal naso tramite un uncino di ferro, poi con un coltello etiopico tagliente si praticavano delle incisioni nei glutei, per togliere le interiora e pulire la cavità addominale; il ventre poi era riempito con mirra tritata, cassia e altri aromi; il cadavere era infine immerso in una soluzione salina per 70 giorni, dopo i quali era avvolto da bende di lino e deposto nel sarcofago. La mummificazione traeva origini da motivazioni religiose, anche se non chiarissime: probabilmente l'anima che abbandonava il corpo doveva riprenderlo dopo la morte nell'aldilà, una sorta di resurrezione dei corpi ante litteram: "così gli Egizi iniziarono la battaglia contro il disfacimento del corpo, che a tutti gli altri popoli sembrava ineluttabile" (p. 135). Dalla XXI dinastia si cercò anche di impedire il raggrinzimento della pelle, riempiendo la cavità addominale e applicando al volto degli occhi artificiali. Fra i più famosi rinvenimenti di mummie, Ceram ricorda per prima la scoperta nella valle rocciosa di Der-el-Bahri, non lontano dal Nilo - avvenuta nel 1926 da parte di H. E. Winlock - di più di 60 guerrieri, morti insieme in battaglia sotto una tempesta di frecce e onorati dal faraone con un seppellimento comune. Certamente, al di là dell'abilità degli antichi Egizi, va detto che la particolare siccità del clima e la sterilità batterica del suolo egiziano contribuiscono in maniera notevole alla conservazione delle sostanze organiche (non solo corpi, ma anche papiri).
Altra sensazionale scoperta fu quella di una sepoltura comune di faraoni, in una gola impervia e desolata. Siamo sempre a Der-el-Bahri: durante il regno di Tuthmose I (1545-1515 a.C.) fu presa la decisione, a seguito dell'imperversare del fenomeno dei depredatori di tombe, di farsi seppellire non in un luogo solenne e vistoso, ma in un posto nascosto e segreto: "ha origine in questo periodo la raccapricciante odissea delle mummie vaganti che, tagliuzzate dai saccheggiatori, squarciate e derubate, venivano trascinate nottetempo da sepolcro a sepolcro per secoli interi" (p. 138). In una grotta inaccessibile a Der-el-Bahr fu trovata, dal celebre ladro di tombe Abd-el-Rasul, un'unica sepoltura con circa 40 mummie, alcune delle quali appartenenti a faraoni famosissimi: Ramsete II il Grande, Seti I, Amenofi I, Thutmose III. La mummia di Ramses, per esempio, inseguita costantemente dai ladri, fu prima trascinata letteralmente nel sepolcro di Seti, poi in quello di Amenofi, e infine, vista la poca sicurezza anche lì, spostati tutti insieme in una fossa comune. La mummia più impressionante era però quella di Seti, padre di Ramses, praticamente intatta. La mummia di Amenofi I (1559-1539 a.C.) era invece adorna di fiori, conservati così bene che gli studiosi sono riusciti ad individuarne la specie: Delphinium, Acacia nilotica, Sesbania aegyptiaca e Carthamus tinctorius, ossia fiori di cappuccio, boccioli di acacia, sesbanie e zafferano. Nel sepolcro della regina Isimkhobiu della XXI dinastia furono trovate invece una parrucca, e il pranzo pronto per rifocillarla nell'aldilà: una coscia di agnello e una gazzella, due oche e una testa di vitello, il tutto mummificato come il suo cadavere. La mummia del faraone Tau-a-quen III della XVII dinastia mostra ancora i lineamenti rattrappiti della pelle, e a un esame autoptico ha rivelato che la morte del sovrano fu dovuta a cinque ferite gravi da colpi di lancia e di ascia inferti contemporaneamente da più persone, in guerra o forse assassinato di sorpresa in un agguato, senza avere avuto il tempo di opporre resistenza. Altra mummia ben conservata è quella della principessa Nsitanebaschru, sacerdotessa di Amon: sono ben visibili i capelli castani ondulati, oltre alla cura del corpo, come rivelato dalla manicure e dalla pedicure. La mummia di Wah, amministratore del cancelliere Meket-Ra (XI dinastia: 2100-1700 a.C.) detiene invece il record della lunghezza del drappo di lino che la avvolgeva: in tutto 375 mq di lino che, svolto, rivelò al suo interno ornamenti d'oro e di argento, e svariati gioielli. Altra cosa molto particolare che facevano gli antichi Egizi era imbalsamare anche gli animali: all'interno della tomba comune furono infatti ritrovate le mummie di coccodrilli, anch'essi avvolti nel lino, di un gatto proveniente da Abido e di un falco, incarnazione del dio Horus.
Maschera d'oro di Tuthankamon
Ma la più sensazionale scoperta di mummie dell'antico Egitto porta senz'altro il nome del faraone Tutankhamon, e di Howard Carter, l'inglese che scoprì la sua tomba. La Valle dei Re ospita attualmente più di 60 tombe, e tutti gli studiosi ritenevano concordemente, agli inizi del Novecento, che "il tempo della scoperte nella Valle dei Re era passato". Ma nel 1914 lord Carnarvon assume la licenza di scavo e affida i lavori a Carter, fino a che nel 1922 venne alla luce la ricchissima tomba, l'unica mai saccheggiata e praticamente rimasta intatta. O meglio, i ladri erano stati anche qui, in un tempo immemorabile, ma per motivi inspiegabili non erano riusciti ad asportare praticamente nulla. Il contenuto era inestimabile, al punto che anche uno solo dei pezzi ritrovati sarebbe stato preziosissimo agli occhi di ogni egittologo: i frammenti del carro da battaglia del faraone, divani mai visti prima d'oro e di avorio, sedie, tavoli, e addirittura il trono del re, sulla cui spalliera erano rappresentati il faraone e la consorte. L'anno successivo Carter rinviene un enorme scrigno dorato, che a sua volta conteneva un secondo scrigno dorato, con i sigilli intatti; e il secondo scrigno ne conteneva un terzo, e il terzo un quarto, con dentro il sarcofago del faraone in quarzite gialla. I sarcofaghi a loro volta erano ben tre, l'ultimo dei quali in oro puro, il tutto coperto da una lastra pesante sei quintali. Tutankhamon morì giovane, fu un modesto faraone: resta pertanto tutt'oggi inspiegato il motivo di un simile sfarzo per la sua sepoltura.
Tra i particolari più curiosi ritrovati nelle tombe ci sono tante piccole barche, comprensive di statuette all'interno rappresentanti i marinai, che nell'aldilà si sarebbero trasformati in vivi in carne e ossa per servire il faraone. Spesso furono trovate a coppie, perché una doveva trasportare il morto attraverso il cielo, l'altra attraverso gli inferi. E in ogni tomba c'era sempre una copia del Libro dei morti (in egizio antico Per-em-hru): 190 capitoli che trattano esattamente del culto dei morti, e che fanno uno dei meglio conservati papiri egizi (l'originale è al British Museum).
Il III libro del volume di Ceram è dedicato alla Mesopotamia. All'inizio gli studi e gli interessi verso le civiltà del Vicino Oriente erano dettate esclusivamente dallo scopo di gettare nuova luce sulla Bibbia e sui popoli che l'avevano ispirata o influenzata: Bibel und Babel ("la Bibbia e Babele") fu il nome dato alla diatriba.  "A che scopo questo costoso rovistare fra le macerie plurimillenarie sino alle falde primitive, ove non c'è tuttavia oro né argento? Da dove proviene l'interesse crescente ed eroico che uomini dei paesi di qua e di là dall'Oceano dedicano agli scavi in Assiria e Babilonia? Per entrambe le domande esiste una sola risposta; la Bibbia", così scriveva Friedrich Delitzsch. Fra le figure più importanti per l'assirilogia, Ceram ricorda l'italiano Pietro della Valle, il primo a portare in Europa (nel 1621) notizie della strana scrittura cuneiforme: scomparsa - a differenza dei geroglifici egizi - già in età classica, essa era tuttavia di gran lunga più diffusa di quella egizia, usata da popoli di stirpe diversa, dai Sumeri ai semiti Assiro-babilonesi, agli indoeuropei Hittiti e Persiani. Fra gli studiosi che più contribuirono alla decifrazione si ricordano Carsten Niebuhr (1733-1815), il primo ad isolare i singoli segni (ne individuò 42, rispetto ai 39 oggi riconosciuti), e a comprenderne il valore sostanzialmente fonetico, comprensivo di vocali: troppo pochi i segni per una scrittura ideografica o puramente sillabica, troppi per una di sole consonanti. Nel 1798 Olav G. Tychsen riconobbe il cuneo obliquo distintivo che permetteva di separare le parole, che prima invece sembravano senza fine; ma il passo decisivo per la comprensione completa lo si deve al tedesco G. W. Grotefend (1775-1853), modesto insegnante di liceo a Gottingen, che, a seguito di una scommessa fra giovani all'osteria (era poco più che ventisettenne), per primo tradusse correttamente un breve testo in cuneiforme, che riconobbe come persiano antico.
Le rovine della Torre di Birs Nimrud in mezzo al deserto
Fra le molte figure di scavatori e avventurieri Ceram ricorda poi gli inglesi Rich e Porter, il primo dei quali così descrisse il loro arrivo alla maestosa Torre di Birs Nimrud, l'antica città babilonese di Borsippa: "Il mattino si prospettò tempestoso, una pioggia violenta incombeva. Ma quando ci avvicinammo alla meta del nostro viaggio le nuvole si squarciarono e scoprimmo il Birs Nimrud che dominava cupamente la pianura. Proprio quando fummo giunti alla giusta distanza, improvvisamente scoppiò un tuono sopra di noi, in mezzo a masse di nuvole nere e rumoreggianti, avviluppate da una specie di nebbia, la cui indeterminatezza destava in noi sentimenti di solitaria maestà; nel medesimo tempo alcuni lampi scagliati sullo sfondo del deserto, ci offrirono l'immagine dell'infinita, triste solitudine in cui si eleva questa antica e veneranda rovina". Sembra proprio che la Mesopotamia, diversamente dal solare e azzurro Egitto, abbia nella sua natura i tratti della pioggia e del diluvio.
Altri che contribuirono in maniera rilevante alla scoperte delle antiche civiltà della Mesopotamia furono l'italo-francese Paul Emile Botta, l''inglese Rawlinson (considerato il padre dell'assiriologia) a Henry Layard, forse uno dei più grandi scavatori in assoluto: fu lui infatti a trovare nel 1850 la famosa biblioteca di Assurbanipal. Fra le migliaia di tavolette trovate nella biblioteca, una divenne presto celebre: era il racconto del Diluvio universale, tavoletta XI della famosa Epopea di Gilgamesh, e fu resa nota dall'inglese George Smith, che lavorava al British Museum dove la tavoletta giaceva. Altri capitoli memorabili furono la scoperta delle rovine di Babilonia, i cui scavi furono condotti dal tedesco Robert Koldewey a partire dal marzo 1899; e di quelle della sumerica Ur, disseppellita da Leonard Woolley nel 1935. Fra le più sensazionali scoperte di Woolley a Ur si ricorda la raccapricciante Fossa della morte di Ur (in inglese Death-pit of Ur): si trattava di un sito con 1800 tombe di sovrani di Ur, disposte a strati sovrapposti; una di queste conteneva da sola 74 scheletri femminili, di dame di corte, sepolte davanti alla tomba del re. "Evidentemente era accaduto qui ciò che nessun altro popolo della Mesopotamia sembra aver mai compiuto: un sacrificio umano di inaudite proporzioni. Gli scheletri giacevano gli uni accanto agli altri, a volte uno sull'altro. Le ossa di molti di essi erano così danneggiate che in principio si pensò a uno sfracellamento. Tuttavia la maggior parte dei morti aveva le braccia ripiegate verso la bocca, e accanto agli scheletri c'era un calice", da cui avevano volontariamente attinto del veleno. Altrove "il pavimento della tomba era letteralmente coperto da scheletri di uomini e donne che, a quanto sembra, furono condotti nel sepolcro per esservi massacrati. In una tomba si trovavano al suolo soldati della guardia con elmo di bronzo e lancia... Le ossa dei cocchieri si trovavano sui carri; i servi, invece, erano vicini agli scheletri dei buoi. In un'altra tomba, quella della regina Schub-ad, le dame di corte erano disposte in due file parallele, all'estremità delle quali giaceva l'arpista con il suo strumento. Sullo strumento in frantumi si trovarono ancora le ossa delle braccia di chi suonava" (p. 263).
Di tutt'altro tenore fu il ritrovamento di un bellissimo arazzo, oggi conosciuto come Stendardo di Ur, che come un libro illustrato descrive la vita dei Sumeri intorno al 2500 a.C: su un lato è rappresentato il re in mezzo al popolo, distinto per mestieri; sull'altro lato il re fra i suoi guerrieri. Si nota l'asino, e non il cavallo (che compare solo verso il 1700 a.C.), e i carri da guerra a ruota intera, senza raggi. Mentre grandissima conferma dei testi antichi, biblici e mesopotamici, fu il rinvenimento di prove tangibili relative a una "grande alluvione", un vero e proprio diluvio, che avrebbe colpito il Paese di Sumer all'inizio della loro storia: uno spesso strato di argilla sedimentato era infatti depositato nel terreno, segno di una grande inondazione.
Il IV libro del volume è infine dedicato alle civiltà precolombiane, "morte non da millenni ma solo da pochi secoli, e che nondimeno offrono più enigmi di quelle che abbiamo visto sinora" (p. 272). Fernando Cortés, col suo minuscolo esercito composto da 400 soldati spagnoli, sbarcò nello Yucatan nel 1518, e "nel corso di una campagna bellica senza uguali annientarono il civilissimo impero degli Aztechi, piantarono la croce cristiana sui teocalli, e si accinsero alla distruzione sistematica di ciò che solo a pochissimi di loro apparve degno di essere conservato" (p. 275). "Piuttosto cupo, quasi sinistro, egli fissa negli occhi il suo prossimo con uno sguardo di ferocia [...] Fernando Cortés costituisce uno dei fenomeni più singolari della storia dell'Occidente. Il bagno di sangue in cui egli affogò una civiltà fiorente è senza paragoni" (p. 277). Certamente gli Aztechi erano un popolo complesso, e con molti tratti raccapriccianti: fra gli oggetti di culto spiccano numerosi teschi, incrostati di schegge di turchese, a rappresentare il dio Tezcatlipoca (il cui nome significa "fumo di specchio"), signore del cielo che mandava malattie spaventose - fra cui il cancro e la sifilide - e talvolta le guariva. Ma la cosa più inquietante erano gli "spaventosi sacrifici umani degli Aztechi, che non ebbero confronti in nessun luogo della terra. Gli Aztechi non facevano guerra per conquistare nuove terre o nuova potenza, ma soltanto per catturare prigionieri da sacrificare in vetta ai loro teocalli (piramidi a gradini). Strappavano il cuore alle vittime ancora vive, e ne precipitavano i corpi insanguinati giù dai teocalli. Il massacro indiscriminato dei prigionieri, precedentemente fatti ingrassare entro gabbie, in vista del sacrificio, era una delle principali giustificazioni addotte dai cavalieri cristiani per scusare il loro regime, quasi altrettanto sanguinario" (p. 291).
Gli Aztechi furono però i primi, anche davanti ai Maya, ad utilizzare palle di gomma per giocare: nei recinti dei templi degli Aztechi (e dei Maya) vi erano grandi piazze per il gioco della palla: ma anche qui era previsto il gioco per i prigionieri, e per chi perdeva era la morte.
Una questione ancora oggi aperta è determinare il rapporto - se ce n'è uno - fra le piramidi egizie e gli edifici simili aztechi e maya. Alcuni sostengono un'origine comune dovuta alla migrazione, in tempi remotissimi, dal Vicino Oriente verso le Americhe (è la tesi del cosiddetto diffusionismo), altri invece sostengono la genesi autonoma e indipendente delle rispettive civiltà. Secondo i primi una origine comune potrebbe trovarsi nella tradizione delle "dieci tribù perdute di Israele", deportate da Sargon II nel 721 a.C.; secondo i secondi, invece, una prova dell'indipendenza delle civiltà sta nel fatto che le piramide egizie erano essenzialmente tombe, quelle centro-americane no. Senonché nel 1949 l'americano Alberto Ruz, eseguendo degli scavi a Palenque, scoprì una cripta, all'interno di una piramide, che non era affatto vuota: essa conteneva infatti la tomba di un uomo sui 40-50 anni, riccamente adornato: un sovrano maya.
Piramide a gradoni di Kukulkan a Chitchen-Itzà
Alexander von Humboldt fu uno dei pionieri dell'archeologia precolombiana e lui annotò (siamo sullo scorcio del Settecento): lo studioso calcolò che la piramide di Cholula era alla base il doppio di quella di Cheope; secondo le tradizioni degli indigeni era stata costruita da un antico popolo pre-azteco e pre-maya, forse quello dei Toltechi, un misterioso popolo antico, il più antico di tutti, che come dei Sumeri del Centro-America avrebbero introdotto la scrittura, l'astronomia e le prime leggi. La piramide fu costruita contro il volere degli dèi, ma per ingraziarseli dopo un grande diluvio che distrusse il paese, da cui si salvarono soltanto sette giganti, fra i quali Xelhua, un architetto, che poi costruì la piramide. Da allora gli indigeni celebravano annualmente dei riti, ballando intorno alla piramide e cantando una canzone che iniziava in una lingua sconosciuta.
La civiltà dei Maya "è l'unica che sia prosperata senza aratro, né carro, né animali domestici, che sia vissuta nel rigido schema di un calendario estremamente perfezionato, che non abbia avuto ceto medio, ma solo una casta nobile e una casta sacerdotale, chiuse in severissimo isolamento, e sotto le quali stavano i contadini, che vegetavano nella più assoluta mancanza di cultura, da fellah" (p. 304). Prezioso rimane per noi il Popol Vuh, il libro sacro dei Maya, redatto da un ignoto nel corso del XVI secolo per preservare le tradizioni della sua gente. L'originale è andato perduto, ma una copia realizzata dal parroco Francisco Ximenes tra il 1701 e il 1703, scritta in lingua quiché ma in caratteri latini, è conservata all'Università di San Carlos in Guatemala.
"Uno degli avvenimenti più misteriosi nella storia dei popoli è costituito dall'improvvisa partenza del popolo maya, che un giorno abbandonò le sue città e fondò un nuovo regno nella punta più a nord del moderno Yucatan, con nuove città e nuovi templi. Centro del nuovo regno dei Maya divenne (da Palenque) Chichen-Itzà. Di questa città gigantesca, ricca di templi inusitati, di piramidi a gradini, d'un osservatorio, d'una piazza per il gioco della palla, d'un palazzo diede notizia..." (p. 318).
Civiltà perdute, seppellite da secoli sotto la sabbia o il terreno, e nuovamente riportate alla luce: civiltà al sole, appunto. Un libro pieno di luce, quello di Ceram.

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