domenica 17 settembre 2017

lunedì 31 luglio 2017

M. I. Finley, Il mondo di Odisseo


Il libro di Finley è articolato in cinque capitoli, dedicati rispettivamente a un aspetto specifico della civiltà micenea, più due Appendici su alcune questioni puntuali che riguardano l’approccio dell’autore rispetto alla tematica affrontata. 
Il Capitolo i, Omero e i Greci, chiarisce la visione che i Greci avevano di Omero, e su che cosa egli rappresentasse per la loro storia. Nel Capitolo ii, Cantori ed eroi, l’autore concentra la sua attenzione sulle figure degli aedi e dei cantori, sul rapporto fra oralità e scrittura, e sulla definizione dei poemi omerici come “poemi eroici”. Il Capitolo iii, Ricchezza e lavoro, affronta il tema, nell’età micenea, dei ricchi e dei poveri, ossia la divisione della società in classi. Il Capitolo iv, Casa, parentela e comunità, discute del rapporto fra mentalità individuale e individualistica, tipica della società eroica omerica, e la collettività. Il Capitolo v e ultimo tratta il tema Moralità e valori presso gli Achei. Nella prima Appendice Finley discute sulla più o meno storicità e attendibilità dei poemi omerici come fonti storiche, condannando l’atteggiamento di prendere Omero alla lettera, considerando vera ogni sua testimonianza, dalla guerra di Troia alle figure mitiche al centro della sua opera. Nell’Appendice II, infine, lo studioso dibatte i risultati degli scavi a Troia, compresi quelli più recenti, rimarcando il fatto che dagli stessi non emerga assolutamente nessun elemento che deponga circa una distruzione della città da parte di truppe micenee, o di un lungo assedio. Gli scavi di Troia non gettano luce dunque sulla guerra di Troia di Omero. 
Il libro di Finley rappresenta ormai un classico degli studi del settore, imprescindibile per chiunque voglia approfondire il quadro storico di riferimento di Omero, e i limiti della sua testimonianza come fonte per la storia della Grecia arcaica nel passaggio dall'Età del Bronzo a quella del Ferro.

Scheda completa sul volume qui

martedì 13 giugno 2017

Lettera aperta a una mamma (sull'obbligo dei vaccini a scuola)

video
Il video della mamma antivaccinista dal sito de Il Fatto quotidiano

Vaccini sì o vaccini no nella scuola? Chiariamo il punto una volta per tutte.
Si tratta di tutelare due diritti costituzionali, ugualmente legittimi: la libertà dei genitori di scegliere per i propri figli, e il diritto alla salute ad esempio di quei (purtroppo tanti) bambini che nelle scuole pubbliche, a causa di una serie di circostanze - immunodeficienze, malattie varie, ecc. - non possono certo correre il rischio, pena la vita, di beccarsi nemmeno un raffreddore, figuriamoci una malattia qualsiasi (anche il banale morbillo può risultare letale) trasmessa da chi vaccinato non è. 
Alla mamma che protesta, in nome della libertà di scelta, e dichiara di preferire all'obbligo di vaccinazione piuttosto far affrontare al proprio figlio i rischi della malattia, bisogna chiedere, esigendo una risposta chiara e netta: "cara signora, è disposta a scegliere di non vaccinare suo figlio, a patto però di rinunciare, esplicitamente e in forma scritta, al diritto all'istruzione sancito dalla Costituzione italiana? Insomma lei è libera di non vaccinare suo figlio, ma poi se lo tiene a casa sua, alla larga dalla scuola". Negli Stati Uniti basta l'autorizzazione dei genitori per rinunciare all'istruzione pubblica, a favore di una "istruzione domestica" impartita in casa dai parenti. "Se si potesse fare così anche da noi, cara signora, le andrebbe bene? Perché delle due l'una: o vieni a scuola, e vaccini; o non vaccini, ma non vieni a scuola".
Perché la tua libertà - è il principio cardine delle democrazie liberali - finisce dove inizia quella degli altri: e la tua libera scelta di rischiare di ammalarti, o eventualmente di morire, non può tradursi in una licenza di uccidere chi non c'entra niente con te, con tuo figlio e con la tua famiglia (ricordo per inciso, da collega e si dica pure in maniera egoistica, anche i molti insegnanti morti a causa di patologie - la meningite su tutte - trasmesse da allievi non vaccinati per tempo). 

venerdì 19 maggio 2017

La tradizione manoscritta della Commedia. Un percorso nella Biblioteca Trivulziana, con un'appendice sulla tradizione lombardo-veneta (σ), «Libri&Documenti» XL-XLI (2014-2015), pp. 153-76


Analisi filologica dei testimoni della Commedia conservati nella Biblioteca del Gabinetto Civico e Trivulziana di Milano, all'interno del quadro più vasto della tradizione manoscritta del poema dantesco. Segue un'appendice, con una prima sistemazione interna del gruppo l di σ (Bol. Un. 589 e affini), e sul contributo del ramo lombardo-veneto per la nuova edizione critica della Commedia.

martedì 9 maggio 2017

Iconografia e filologia. Dai manoscritti alle stampe. 2, Convegno: Dante visualisé. Les cartes qui rient III: 1450-1500, Tours-Paris 31 mai-2 juin 2017


Seconda (e ultima) puntata dedicata all'approfondimento dei rapporti, nella tradizione della Commedia, fra iconografia e filologia, tesa a riconoscere il possibile contributo che lo studio dell'iconografia dantesca - miniature, illustrazioni, ecc. - può fornire alla critica testuale del poema dantesco.

mercoledì 8 marzo 2017

Recensione a S. Bertelli, La tradizione della Commedia. Vol. II, Firenze, Olschki 2016 (Rivista di Studi Danteschi, 16, 2016, 1, pp. 194-6)


Recensione all'ultimo volume di Sandro Bertelli, La tradizione della Commedia: dai manoscritti al testo. II. I codici trecenteschi (oltre l'antica vulgata) conservati a Firenze, Firenze, Olschki 2016; contenente una carrellata sui grandi pregi dell'opera - soprattutto, per chi scrive, da un punto di vista filologico - insieme a una serie di notazioni sulla tradizione manoscritta della Commedia.

martedì 7 marzo 2017

Una (noiosissima) polemica fra filologi: Trovato vs. Mecca


Paolo Trovato, che da qualche anno si occupa attivamente della Commedia dantesca, e in particolare della sua tradizione manoscritta in vista di una nuova edizione del poema, non ha decisamente gradito alcuni miei Appunti, sulla medesima questione, in cui chi scrive avanzava una proposta alternativa, e contestava - nel merito - alcune discutibili prese di posizione dello studioso (in particolare relative al presunto - molto presunto - archetipo della Commedia, e alla scelta dei codici-base per l'edizione, frutto di una drastica eliminatio e di un sostanziale accantonamento della strabocchevole massa dei manoscritti toscani, in pro di un numero risibile di codici, tutti peraltro di area settentrionale e stretti parenti del celebre Urb).
Come è la logica degli studi, chi propone nuove teorie avanza critiche e riserve nei confronti delle teorie avverse, cercando - legittimamente - di mettere in evidenza i punti deboli o problematici delle idee altrui: questa era l'intenzione dell'estensore degli Appunti, non certo quella di creare una diatriba personale.
Ma Paolo Trovato, con una acredine ingiustificata e del tutto fuori luogo, ha pensato bene di buttarla proprio sul personale, facendo del sarcasmo e dell'ironia gratuita e fine a se stessa, ma guardandosi bene dal replicare nel merito alle obiezioni puntuali e ai rilievi mossi alle sue proposte testuali. 
Decisamente una caduta di stile. 
Soprattutto da parte di chi si professa - o aspirerebbe ad essere - un maestro delle nuove generazioni, sia pure nel piccolissimo e ristretto campo delle lettere e degli studi filologici.
Non solo ho dovuto - a malincuore - replicare a mia volta, con il rischio, questa volta concreto, che il tutto degeneri in una modestissima e squallida querelle personale, degna più dell'osteria che dell'aula accademica; ma, a riprova dell'insensatezza dell'attacco di Trovato, alla mia si è aggiunta una nota del professor Enrico Malato, che - pur non condividendo, come è giusto e normale che sia, molte delle mie idee in merito alla tradizione della Commedia -, si è giustamente risentito per il tono denigratorio di Trovato che ha coinvolto malignamente anche la Rivista di Studi Danteschi, di cui Malato è Direttore responsabile, insieme ad altri studiosi molto noti.
Una brutta pagina. Ma soprattutto, ripeto, una caduta di stile da parte di un uomo che evidentemente si ritiene l'unico depositario della Verità, e che attacca a testa bassa chiunque osi pensarla diversamente da Lui, quale reo di lesa maestà.
Sopra l'ultimo numero della Rivista di Studi Danteschi (XVI, vol. 1, 2017), con la mia replica e la nota di Enrico Malato.

lunedì 6 marzo 2017

Liberalizzare la riproduzione digitale con mezzi propri del patrimonio librario


Chiunque frequenti una biblioteca sa quanto è difficile riprodurre (fotocopiare/fotografare) il materiale librario, di qualsiasi tipo. Le biblioteche vietano esplicitamente la riproduzione digitale con mezzi propri (smartphone e quant'altro), e in generale scoraggiano in ogni modo qualsiasi forma di riproduzione, applicando furbescamente tariffe altissime e fuori dal mercato: la Biblioteca Nazionale di Firenze, ad esempio, fa pagare 39 centesimi a foglio (e nei fatti pochissimi usufruiscono del servizio), ma altrove si arriva fino a 50 centesimi a copia; e i costi si innalzano spaventosamente se poi si tratta di riprodurre materiale antico o manoscritti: a chi scrive è stato chiesto anche 3 euro a scatto, e per chi - come il sottoscritto - necessiterebbe della riproduzione di un intero codice, l'unica opzione è accendere un mutuo o chiedere un prestito alla finanziaria di turno.
Che uno scatto digitale possa danneggiare il manoscritto, come asseriscono pretenziosamente alcune biblioteche, è assurdo e falso come Giuda: sempre la Nazionale di Firenze, con un avviso in bella mostra esposto all'ingresso, giustifica l'alto costo delle riproduzioni - i 39 centesimi di sopra - affermando che la semplice fotocopia (ottenuta per contatto) danneggerebbe il materiale; cosa per cui si impone la scansione digitale, e il successivo eventuale trasferimento su carta o CD. La scansione digitale, quindi, non comporta danneggiamento di sorta, per ammissione delle stesse biblioteche, che in caso contrario vieterebbero del tutto le riproduzioni.
L'ipocrisia di tanti si spinge poi fino a negare l'evidenza, chiudendo gli occhi di fronte alla realtà: comodamente seduto in sala lettura, qualsiasi utente, con il suo bravo libro chiesto regolarmente al banco distribuzione, lo fotografa da tutti i lati possibili con il suo smartphone, che ovviamente non può essere requisito da nessuno. Io personalmente l'ho fatto e lo faccio in ogni circostanza, e mi autodenuncio. Ma così fan tutti. E tutti sanno. Se si tenta di arginare de iure la riproduzione digitale, la si concede de facto, girandosi dall'altro lato e facendo finta di niente.
Cui prodest? Le biblioteche guadagnano assai miseramente dalle riproduzioni: un tempo, forse, molto prima dell'avvento degli smartphone, qualcosa raggranellavano; ma oggi quasi più nulla. Il servizio riproduzioni è quasi sempre esternalizzato, per cui si tenta - impedendo le riproduzioni in proprio - di non intaccare i privilegi acquisiti. Gelosie egoistiche e ormai di altri tempi, spingono infine a custodire gelosamente il proprio materiale, considerando una minaccia la libera riproduzione.
Ma i tempi avanzano. Inesorabilmente. Un provvedimento del 2014, noto come Art Bonus, consentì per una breve finestra temporale - un mesetto circa - la libera riproduzione digitale con mezzi propri: e il sottoscritto ha scattato più foto in quel mese quanto forse un'intera troupe di Magnum in diversi anni. Ma un emendamento infilato - come costume italiano - in maniera surrettizia (dall'onorevole Flavia Piccoli Nardelli, Partito Democratico, attuale Presidente della Commissione Cultura alla Camera, facciamo pure nomi e cognomi), cancellò con un colpo di spugna il provvedimento, ripristinando lo status quo, ossia il divieto assoluto di riproduzioni in proprio.
Ma un nuovo appello per la liberalizzazione delle riproduzioni digitali è stato nuovamente rilanciato dal movimento "Fotografie libere per i Beni Culturali", sorto nel settembre 2014 (all'indomani dell'approvazione del subdolo emendamento) per iniziativa di Andrea Brugnoli, Stefano Gardini e Mirco Modolo, lanciando una petizione cui hanno aderito oltre 5000 studiosi di ambito umanistico, appello che finalmente è in dritta di arrivo al Parlamento con una proposta di modifica dell'art. 108 in materia di beni culturali. 
Rilanciamo quindi ancora una volta l'appello per questa battaglia di civiltà, invitando chiunque abbia a cuore il problema a sottoscriverlo, a diffonderlo il più possibile e a vigilare bene questa volta, affinché venga finalmente approvato dal Parlamento e a che una manina più o meno anonima - Piccoli Nardelli o simili - non intervenga nuovamente col favor delle tenebre a ripristinare gli antichi e intoccabili privilegi di pochi contro il bene e l'interesse di tutti. 
La cultura deve essere libera, senza lucro, open access per tutti coloro che vogliano studiare e apprendere.
Allego sopra un bell'intervento di Mirco Modolo, riassuntivo di tutta la questione e della posta che c'è in ballo, apparso su Reti Medievali (che fu la promotrice del primo appello che portò all'approvazione dell'Art Bonus del giugno 2014).

venerdì 3 marzo 2017

La lingua di Dante tra presente e futuro nelle diverse edizioni, Giornata di studi danteschi: La lingua di Dante, Torino, Palazzo del Rettorato - Aula Magna, 18 maggio 2017


Giornata di studi organizzata dagli studenti del Comitato "Per correr migliori acque", del Dipartimento degli Studi Umanistici dell'Ateneo di Torino, dedicata all'analisi della lingua di Dante, latina e volgare, dagli anni giovanili alla maturità poetica. 
Il sottoscritto relazionerà riguardo alla lingua delle edizioni della Commedia (dal Witte al Petrocchi, fino alle recenti edizioni Lanza, Sanguineti e Inglese), con uno sguardo proiettato alle proposte editoriali oggi in campo per una nuova edizione critica del poema (Malato, Trovato, Spagnolo, Mecca) in vista del prossimo centenario dantesco (1321-2021). 

sabato 25 febbraio 2017

Immagine poetica, immaginazione: Dante e la cultura medioevale (Firenze, 3-4 aprile 2017)


Dal concetto di immagine a quello di immaginazione nel Medioevo, partendo, come chiavi di lettura, dalla Bibbia (homo imago Dei) alla gnoseologia aristotelica. Il tutto applicato a Dante, alle modalità di lettura e di esegesi relative al rapporto fra Dante e l'immagine cristiana, Dante e l'immagine classica, L'immagine nei poeti medioevali e le Immagini dantesche oltre Dante: questo in sintesi il programma della due giorni di incontro al Palagio dell'Arte della Lana di Firenze. Fra i relatori: Marcello Ciccuto, Enrico Fenzi, Giuseppe Ledda, Luca Fiorentini, Roberto Rea; e molti altri studiosi.
Il programma completo nel pdf sopra.

lunedì 20 febbraio 2017

C. W. Ceram, Civiltà sepolte. Il romanzo dell'archeologia (Einaudi, 1995)


Più e più volte riedito (prima edizione 1949 col titolo GötterGräber und Gelehrte. Roman der Archäologie), il libro - rifiutato da diversi autori e stampato in proprio dall'autore - fu un clamoroso best seller con milioni di copie vendute in tutto il mondo (con traduzioni in venti lingue, compreso il braille), e divenne in brevissimo tempo un classico della divulgazione archeologica. La sua fortuna, come indica anche il titolo, è quella di utilizzare una accattivante forma narrativa da armonizzare con la correttezza storica e la solidità scientifica, muovendosi su "tre piani di narrazione: la rievocazione delle antiche civiltà; la storia delle singole ricerche, delle spedizioni scientifiche; la vicenda umana degli uomini che quegli scavi han condotto. I tre piani, per solito, gravitano attorno a un motivo narrativamente non pianificabile: il caso, l'accidente, l'imprevisto". Ne emergono figure di uomini e di scienziati che lasciano al lettore "la sensazione che le fatiche di Winkelmann o Champollion o Petrie fossero stupende evasioni dalla monotonia di esistenze mediocri. Con il riscatto, l'estrema catarsi che quell'evasione conduce alla conquista di reali tesori di bellezza e conoscenza" (dalla Nota introduttiva al volume).
Il libro è diviso in cinque parti, come altrettanti libri da dedicare a singole civiltà sepolte: Il libro delle statue (dedicato alla civiltà classica, greco-romana e minoico-micenea); Il libro delle piramidi (antico Egitto); Il libro della torri (civiltà della Mesopotamia, il riferimento è alle ziqqurat); Il libro delle scale (civiltà precolombiane, caratterizzate dalle piramidi a gradoni); I libri che non si possono ancora scrivere (su civiltà in fase di scoperta e di valorizzazione, su tutte gli Hittiti, cui però l'autore ha dedicato in seguito un volume a sé dal titolo Il libro delle rupi, trad. it. Einaudi, 2003).

venerdì 17 febbraio 2017

C. W. Ceram, Civiltà al sole (Oscar Mondadori, 1988)


C. W. Ceram (pseudonimo di Kurt Wilhelm Marek) è un giornalista tedesco, noto soprattutto come divulgatore di archeologia, scienza a cui ha dedicato numerosi libri, tutti fortunatissimi dal punto di vista editoriale, con record di vendite in molti paesi. Civiltà sepolte (pubblicato nel 1949) resta la sua opera di maggior successo, libro che però ha una sua versione minor in Civiltà al sole, edito per la prima volta nel 1957 col titolo di Götter, Gräber und Gelehrte im Bild ("Dèi, tombe e studiosi illustrati""); dove il testo è molto ridotto a favore di un ricco apparato iconografico e figurativo (316 illustrazioni nel testo e 16 fuori testo). 
Il volume si divide in cinque libri, dedicati rispettivamente alla nascita dell'archeologia, all'antico Egitto, ai popoli della Mesopotamia, alle civiltà precolombiane d'America, e l'ultimo con uno sguardo retrospettivo alle nuove frontiere dell'archeologia (aerea e subacquea).

lunedì 13 febbraio 2017

S. N. Kramer, I Sumeri. Alle radici della storia (Roma, Newton Compton 1997)


Il misterioso popolo dei Sumeri, trapiantato agli albori della storia nella Mesopotamia meridionale (attuale Iraq) da chissà dove - non sono Indoeuropei né Semiti, né hanno parentele note con altre popolazioni - fu l'inventore della scrittura intorno al IV millennio a.C., e ci ha lasciato una ricca letteratura, scritta in caratteri cuneiformi su tavolette di argilla. 
Il volume di Samuel Noah Kramer (1897-1990), uno dei più grandi sumerologi di sempre (L'histoire commence à Sumer, prima edizione Paris 1975), raccoglie 30 saggi, ognuno dei quali dedicato a una "prima assoluta" nella storia.
Il saggio iniziale è dedicato alle testimonianze relative alle prime scuole: la scuola presso i Sumeri nasce per trasmettere l'apprendimento della (complessa) scrittura cuneiforme; le prime scuole, con una notevole quantità di testi scolastici (esercitazioni, compiti, ecc.) sono state dissepolte nell'antica città di Shuruppak, e sono databili al 2500 a.C. Dalle tavolette apprendiamo che il numero degli scribi in attività era pari a diverse migliaia, e tutti destinati a ricoprire incarichi di amministrazione presso il Tempio e il Palazzo del re. All'inizio la scuola è alle dipendenze del Tempio, quindi sotto il controllo religioso; ma col passare del tempo essa si svincola sempre più fino ad assumere un carattere laico e a diventare il fulcro della cultura e del sapere sumerici. L'istruzione, come per la maggior parte dei popoli dell'antichità, non era obbligatoria, né rivolta a tutti: solo le classi sociali più elevate potevano permettersi il pagamento della retta del maestro e il tempo prolungato per conseguire il titolo di scriba. Era quindi a tutti gli effetti una scuola privata, per pochi. Nelle tavolette poi non figurano mai donne: segno che l'educazione era esclusivo appannaggio maschile. A capo della scuola stava l'ummia, o 'padre della scuola', mentre gli alunni erano chiamati 'figli della scuola'. Il maestro era affiancato da un assistente chiamato 'fratello della scuola', che trascriveva in bella copia le tavolette che gli allievi dovevano ricopiare e poi imparare tutte a memoria. Completavano l'organico dei docenti un 'incaricato del disegno' (la scrittura era in gran parte pittografica), e un 'incaricato del sumerico' (un nostro insegnante di grammatica). Fra gli addetti alla sorveglianza figurava anche il temuto 'incaricato della frusta' che puniva i ritardatari o i ragazzi particolarmente distratti o indisciplinati. 

martedì 31 gennaio 2017

La tradizione manoscritta del Purgatorio: collazione dei loci Barbi (Letteratura Italiana Antica 18, 2017, pp. 129-250)


Dopo oltre un secolo dalla sua formulazione, si realizza finalmente il sogno di Michele Barbi di collazionare tutta la tradizione manoscritta della Commedia dantesca secondo un numero ristretto di luoghi critici. In questo primo studio si presentano le collazioni sui loci del Barbi di tutti i manoscritti - non frammentari - contenenti il Purgatorio: in tutto 509 codici.
Il lavoro è alla base della proposta di chi scrive per una nuova edizione critica della Commedia (da realizzare plausibilmente entro il 2021, settecentenario della morte di Dante: 1321-2021), i cui criteri sono già stati pubblicati in un articolo dal titolo: Appunti per una nuova edizione critica della 'Commedia' (disponibile integralmente qui).
Per questioni legate al copyright si carica qui una prima anteprima (parziale) dello studio.

lunedì 30 gennaio 2017

Il Canto di Ildebrando (Hildebrandslied)

le carte originali del Canto di Ildebrando (Kassel, Murhardsche Bibliothek) 

Come in Star Wars (Episodio V: L'Impero colpisce ancora), quando Darth Vader rivela a Luke Skywalker: "Io, sono tuo padre!"; così avviene nel Canto di Ildebrando (in tedesco Hildebrandslied), il più antico poema epico-eroico della tradizione germanica (fine VIII - inizi IX secolo d.C.).
Il guerriero Ildebrando, al seguito di Teodorico re degli Ostrogoti, per colpa di Odoacre re degli Eruli è costretto ad abbandonare la patria, partendo per l'esilio. Lascia la giovane moglie e il bambino piccolo, nato dalla loro unione, Adubrando. Dopo trent'anni Ildebrando rientra in patria, a capo delle schiere di Teodorico, e lo scontro con le truppe di Odoacre, guidate da Adubrando diventato nel frattempo un abile guerriero, è inevitabile.
I due campioni scendono al centro del campo, con le armi sguainate, pronti al duello all'ultimo sangue.
A questo punto Ildebrando, prima di iniziare le ostilità, chiede ad Adubrando qual è il suo nome e la sua stirpe. Adubrando gli rivela di essere il figlio di Ildebrando, partito da quelle terre trent'anni prima, ma ormai - afferma il giovane guerriero - morto in combattimento, lontano dalla sua patria. Ildebrando si rivela: "Adubrando, io, sono tuo padre" (più o meno con queste parole). Ma il giovane non gli crede, ed anzi si convince subito che si tratta di un subdolo stratagemma messo in piedi per codardia, nel timore, da parte di Ildebrando, di dover affrontare un duello con un guerriero molto più giovane di lui. A nulla valgono le parole di Ildebrando, disposto a fargli dei doni e a siglare la pace. Adubrando è irremovibile, e lo scontro mortale ha inizio...
Il poemetto consta di soli 68 versi, ed è privo del finale. Traspare in tutto il testo un'atmosfera cupa e tragica, intrisa del fatalismo tipico delle tribù germaniche: gli uomini sono vittima di un Fato superiore, cieco e imperscrutabile, contro il quale non possono far nulla. Come nella tragedia greca, all'eroe tragico si prospettano due scelte, entrambe equivalenti nel loro risultato finale: uccidere o essere ucciso. Con l'aggravante che in questo caso si tratta di uccidere il proprio figlio, o essere ucciso da lui. Comunque vada, il finale, improntato al dolore e alla morte, è un dato scontato fin dalle premesse: l'eroe è in ogni caso condannato (destinato) a soffrire.

Testo originale in alto tedesco con traduzione integrale in italiano e commento qui.

sabato 28 gennaio 2017

Aleksandr Zinov'ev, Allegra Russia


Alzi la mano chi conosce Aleksandr Zinov'ev. Eppure resta molto singolare la figura di questo professore di Logica che, venuto in contrasto con il potere sovietico, è costretto a lasciare la sua cattedra di Filosofia all'Università di Mosca e il suo posto nell'Accademia delle Scienze dell'URSS, e a imboccare la via dell'esilio in Germania, prima di un suo definitivo ritorno in patria durante la perestrojka di Gorbaciov. Il suo libro più noto in Occidente resta Cime abissali (1976), un romanzo satirico che prende di mira la società e la politica sovietica, e che, pubblicato clandestinamente in Svizzera, ne decretò l'espulsione dal PCUS e il conseguente esilio. Come giornalista è autore di molti volumi sulla società sovietica e sul periodo staliniano, alcuni dei quali tradotti in italiano; mentre come poeta il suo libro più noto, anch'esso tradotto in italiano, resta Allegra Russia. Scene tratte dalla vita di un ubriacone russo, trad. it. a cura di E. Gori Corti e O. Cigada, Milano, SugarCo Edizioni 1989.
In questo volume il poeta assume il punto di vista di un alcolizzato per realizzare una satira spietata e feroce della Russia dell'era sovietica: dei suoi apparati, dei suoi rappresentanti, e soprattutto del Partito comunista (il famigerato PCUS), di cui si prende di mira soprattutto il falso perbenismo e la morale imposta ipocritamente (i ripetuti tentativi attuati dal governo sovietico di combattere l’alcolismo “educando” il popolo, i centri di disintossicazione, le botte, le commissioni e le milizie). 

martedì 24 gennaio 2017

Commento a "La Bufera e altro" di E. Montale (a cura di M. Romolini)


E' disponibile come risorsa open acces (pdf sopra o direttamente qui dal sito originario) il primo commento integrale a "La Bufera e altro" di Eugenio Montale. Realizzato da Marica Romolini, il ponderoso lavoro è apparso dapprima sul web come risorsa liberamente disponibile, ma è stato poi pubblicato come ebook nel 2012 per la Firenze University Press.
Il volume consta di 455 pagine: ogni componimento montaliano è fornito di un'introduzione storico-critica (genesi del testo e temi affrontati); segue una nota metrica sullo schema strofico del componimento in questione; da ultimo il commento puntuale ai versi del poeta. L'unica difficoltà (ma relativa) è che il commento è privo del testo poetico di riferimento, in quanto protetto da copyright; bisogna provvedersi pertanto di un volume de La Bufera e altro, da affiancare al pregevole lavoro della Romolini.
Non si ribadirà mai a sufficienza l'importanza dei commenti per i grandi (e non solo) della letteratura, veicolo imprescindibile che consente, attraverso il critico, una mediazione fra autore e grande pubblico. A maggior ragione lo strumento del commento è fondamentale per quegli autori 'difficili', che non si lasciano piegare facilmente a una lettura piana, immediata e univoca. E fra questi rientra senz'altro Eugenio Montale, concordemente e pacificamente considerato fra le massime voci della poesia italiana, ma che spesso e volentieri non risulta facilmente comprensibile, nemmeno agli addetti ai lavori, tanto che si potrebbe tranquillamente affibbiare a lui il nomignolo che Aristotele attribuiva all'ermetico Eraclito: O' Skoteinòs, ossia 'l'oscuro'.

giovedì 19 gennaio 2017

Poesie di Ugo Iginio Tarchetti


Poeta e scrittore piemontese (San Salvatore Monferrato, 1839-Milano, 1869), Ugo Iginio Tarchetti è, con Arrigo Boito, fra gli esponenti più noti della cosiddetta Scapigliatura milanese. Visse e operò perlopiù a Milano, dove esercitò un'intensa e frenetica attività giornalistica e letteraria (poesie,: Disjecta, 1879; Canti del cuore, 1879; racconti: Storia di una gamba, Milano 1869; Racconti fantastici, ibidem; Racconti umoristici, ibidem; e romanzi: Fosca, Milano 1869), spegnendosi appena trentenne a causa della tisi. 
I temi ricorrenti della sua produzione sono la morte, il disfacimento fisico e la malattia. Nella sua poesia più conosciuta, Memento, carezza e bacia una donna, e al contempo dichiara di non riuscire a fare a meno di pensare al fatto di stringere uno scheletro e di sentirne le ossa sporgenti. Nel romanzo Fosca la protagonista è una donna di rara bruttezza, “la malattia personificata, l’isterismo fatto donna, un miracolo vivente del sistema nervoso”, con la quale il personaggio maschile del romanzo instaurerà un rapporto d’amore morboso, che lo condurrà ai limiti del crollo psichico.
La sua poesia utilizza un linguaggio tradizionale, talvolta arcaico; le forme sono anch’esse della tradizione, perlopiù canzonette o ballate, con rime facili, ai limiti dell’arietta da opera lirica. Solo in Canti del cuore si assiste a una novità nel panorama letterario italiano, ossia l’abbandono del verso tradizionale per la forma del poème en prose, derivata dall’esperienza francese di Baudelaire; ma gli esiti non sono esaltanti.
La parte migliore di Tarchetti, comunque di qualità complessivamente non elevata, è quando il poeta si lascia andare alle sue fantasie più o meno morbose, macabre, orride o patetiche che siano: le sue ossessioni, con forti velature di carattere erotico, i suoi incubi legati alla malattia, alla morte precoce e alla sepoltura (con tanto di visioni tombali e cimiteriali), costituiscono una pagina notevole all’interno del fenomeno della Scapigliatura milanese; fermo restando che la sua produzione resta di molti passi significativamente indietro rispetto all’altra voce del movimento scapigliato, quell’Arrigo Boito che rappresenta la figura più importante del movimento in questione.
Antologia delle sue poesie (con commento) qui.

mercoledì 18 gennaio 2017

L'ennesima (contro)riforma degli Esami di maturità: una vergogna senza fine


Un ulteriore ritocchino al ribasso. Ecco come si annuncia l'ennesimo tentativo di riforma degli Esami di maturità 2017. Il criterio ispiratore è, come ho già avuto modo di scrivere altrove, la paura di selezionare, o semplicemente di valutare gli alunni: si pensa perciò che il modo migliore di aggirare l'ostacolo sia il non valutarli affatto. 
La proposta è la seguente: per essere ammessi a sostenere l'esame non è più richiesta la valutazione minima del 6 in tutte le discipline, ma basta semplicemente la media del 6. Tradotto in pratica: in un liceo basterà avere un 8 in condotta o in Educazione Fisica - che, com'è noto, non si nega a nessuno - per pareggiare un 4 in matematica o in inglese. Abolita poi la terza prova, tanto temuta dagli studenti, e perfino la tesina finale. Se poi passasse, come pare assodato da tempo, anche l'idea della commissione tutta interna con solo il presidente esterno, resta solo una parola per giudicare l'esame di maturità: una farsa. 
Oltre che sbagliata nel merito, una tale (contro)riforma è del tutto diseducativa. Attualmente un ragazzo con un 5 in matematica o in inglese è comunque motivato - sotto la minaccia della non ammissione all'esame - a tentare un qualche recupero della disciplina: del resto, diciamocelo in faccia, praticamente nessuno oggi non è ammesso all'esame per una sola insufficienza, e prova ne è che il superamento dell'esame è dell'ordine di oltre il 90%, sfiora il 95% la percentuale degli ammessi. Se passasse la riforma un ragazzo, col suo bravo 8 in educazione fisica, manderà tranquillamente al diavolo la matematica o l'inglese. 
In una situazione di crisi della scuola pubblica non c'è bisogno di questo ulteriore svilimento al ribasso, di questo aiutino - peraltro non richiesto - agli studenti. La scuola si potenzia, non si svilisce; il diploma di maturità, lo studio in sé, devono essere dei valori da conquistare, non un reddito minimo concesso indiscriminatamente a tutti, tanto per regalare un pezzo di carta. Nei paesi ex comunisti l'istruzione era obbligatoria fino ai gradi universitari: ma quelle lauree non valevano niente in Occidente, proprio perché erano dei pezzi di carta straccia. Verso una tale realtà stiamo (stanno) conducendo la scuola pubblica in Italia: il diploma è svuotato di ogni valore, se non legale (non ancora almeno), quantomeno pratico.
I social sono (simpaticamente) scatenati: "Con la nuova maturità anche la ministra dell'Istruzione potrà prendere il diploma" (Alberto Papini); "il diploma minimo garantito" (Vincenzo Ghezzi); "un popolo di ignoranti è più facile da governare" (Eleonora); "per evitare la fuga dei cervelli non ne sforniamo più" (MartaChiNoCosa). 
Purtroppo qui da ridere resta poco: il quadro è desolante, e terribilmente drammatico. E noi assistiamo impotenti a questo attacco quotidiano al diritto all'istruzione, portato avanti da una pletora di politici ignoranti, per un popolo ignorante. Una vergogna senza fine.

venerdì 13 gennaio 2017

"Programma il Futuro": una piattaforma per l'insegnamento dei linguaggi di programmazione (coding) nelle scuole italiane


Come l'informatica costituisce la spina dorsale della società attuale, così l'informatica deve costituire l'ossatura dell'insegnamento scolastico, di ogni ordine e grado. Ben vengano dunque le iniziative, da qualunque lato esse provengano,volte a potenziare le ore di informatica a scuola, intendendo tale disciplina non nel senso, banale direi, di imparare l'utilizzo di programmi o di app, ma nello studio e nell'elaborazione dei linguaggi di base della programmazione che consentano allo studente di poter progettare e realizzare fattivamente, in prima persona o nel gruppo classe, un programma o un'app. Imparare fin da subito - dalla scuola primaria per esempio - il linguaggio base della programmazione (il cosiddetto coding), è operazione buona e giusta, e in quanto tale degna di promozione. 
In tal senso è estremamente positivo il Piano Nazionale Scuola digitale (PNSD), previsto dalla pur discussa legge 107/2015 (la "legge della Buona scuola", per intenderci), che a sua volta prevede il progetto Programma il Futuro, La piattaforma in questione raccoglie materiale, lezioni e attività varie per docenti e studenti, che possono anche avvalersene per partecipare all"Ora del codice", un percorso (uno di base e cinque avanzati) al termine del quale ciascun partecipante può ottenere un attestato personalizzato in formato pdf, rilasciato dal MIUR e dagli insegnanti che hanno seguito lo studente.

sabato 7 gennaio 2017

Una scuola senza compiti per casa?


Nelle ultime settimane si è acceso molto il dibattito, in Italia e non solo, circa l'assegnazione dei compiti a scuola che - secondo molti - aggraverebbero eccessivamente la mole di lavoro per i ragazzi, senza peraltro risultati apprezzabili da un punto di vista didattico. La lettera aperta di un genitore a un insegnante (ma più in basso la simpatica replica dei social), che ha avuto molto risalto sui media, giustificava il figlio presso il docente, esonerandolo dai compiti assegnati, in nome di una presunta incompatibilità fra tempo per la scuola e tempo per la famiglia e i rapporti sociali: primum vivere, deinde philosophari, verrebbe da chiosare. Si sono addotti molti esempi di scuole all'avanguardia, soprattutto del nord Europa, in cui i compiti per casa sarebbero ridotti al minimo, se non aboliti del tutto; e anche da noi alcuni presidi hanno assunto pubblicamente una posizione in tal senso. Insomma la scuola del futuro, secondo questa visione, sarebbe senza i famigerati compiti a casa (o peggio, "per le vacanze").
Dalle parole ai fatti: Nasce a Torino la scuola senza compiti, né cartella, né voti, titola Repubblica in un articolo del 22 dicembre (giustappunto a ridosso dell'assegnazione dei compiti per le vacanze natalizie). La scuola in questione nasce come esperimento d'élite: scuola privata, ovviamente (7/8 mila euro l'anno il costo della retta); massimo 15-18 alunni a classe (un sogno per la scuola pubblica con le sue classi pollaio!); con orario 8-17, ma con "solo tre moduli di lezione da 80 minuti, intervallati da lunghe pause per mangiare e giocare". L'esperimento pedagogico nasce come scuola elementare, si chiamerà "La scuola possibile", e sorgerà all'interno del Basic Village, in via Foggia, con lo sponsor di grandi marchi (Robe di Kappa, Lavazza, ecc.). L'idea è di Laura Milani (da don Milani a Laura Milani, scherzi del destino!), direttrice dello IAAD (Istituto di Arti Applicate e Design).

giovedì 5 gennaio 2017

Una (singolare) traduzione in latino della Divina Commedia


Un medico milanese in pensione, Antonio Bonelli (già esperto di chirurgia pediatrica e cardiotoracica presso l'Ospedale dei Bambini di Milano) ha pubblicato una singolare traduzione in latino dell'intera Commedia dantesca: Dantis Alagherii Comoedia. Latina translatio Antonii Bonelli, Livorno, CTL (Centro Tipografico Livornese) 2016, pp. 462, euro 20. 
Che Dante abbia avuto inizialmente la tentazione o l'intenzione di scrivere il suo capolavoro in latino, o addirittura lo abbia effettivamente fatto per i primi canti, cambiando poi repentinamente idea, è una vecchia questione della filologia dantesca (oggi perlopiù negata e - aggiungo io - giustamente accantonata). La traduzione di Bonelli non è in esametri latini, come ci si poteva aspettare, ma in una prosa latina scandita tuttavia in terzine:

Media aetate, 
bona deserta fruge, 
in obscura silva me inveni...

Questo l'incipit del poema tradotto in latino ("Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura / ché la diritta via era smarrita"). 
Quale valore l'opera in sé possa avere (con tutta la simpatia e la stima nei confronti del medico milanese dai molteplici interessi, credo molto poco); resta comunque una simpatica iniziativa e un tributo originale per il 750° centenario dalla nascita del divin poeta (1265-2015), e già in scia del ben più importante 700° centenario dalla morte (1321-2021).
(Nel pdf in alto, il testo dell'intervista di Bonelli su La Stampa di oggi).

martedì 3 gennaio 2017

La tradizione manoscritta delle Laude di Iacopone da Todi (Nuova Rivista di Letteratura Italiana 19, 2016, 2, pp. 9-103)


Il saggio rende nota la conclusione del censimento relativo alle Laude di Iacopone da Todi. Si tratta in tutto di 353 manoscritti, che si possono dividere in tre tipologie: manoscritti omogenei, dedicati in tutto o in gran parte a Iacopone (71 codici); manoscritti miscellanei (230 codici), che ospitano, insieme a laude iacoponiche, testi di altra e varia natura; sermonari (52 codici), con citazioni o estrapolazioni del poeta todino all'interno di sermoni di frati. I manoscritti omogenei si suddividono, in base alla seriazione delle laude, in sette gruppi (o famiglie): famiglia umbra; codici derivati dall'editio princeps (Firenze, Francesco Bonaccorsi 1490), comunque connessi con la famiglia umbra; famiglia abruzzese; famiglia umbro-toscana; famiglia toscana (divisa a sua volta in gruppo toscano principale e secondario); famiglia veneta; codici indipendenti non riconducibili agli altri gruppi. I manoscritti miscellanei invece, in base all'ambiente di origine e/o produzione, si suddividono in quattro gruppi: laudari appartenenti a compagnie di Laudesi; laudari di Disciplinati; codici di origine conventuale; e codici di privati.  
In coda all'articolo segue l'elenco ragionato dei 353 codici, con indicazioni per ciascuno relative all'età, la tipologia, l'origine specifica, e il numero delle laude ospitate.
(N.B. Per motivi editoriali si carica solo un estratto parziale dell'articolo; chiunque necessitasse del file integrale è pregato di contattarmi in privato)