lunedì 13 giugno 2016

La (ri)pubblicazione del Mein Kampf: un appunto di principio e una nota tecnica



Fra molte polemiche (dei giornali, della politica e della comunità ebraica italiana), Il Giornale di Alessandro Sallusti ha deciso in questi giorni di allegare, con il quotidiano, una copia del Mein Kampf di Adolf Hitler, libro di cui -lo ricordiamo- sono appena scaduti i diritti d'autore (settanta anni dalla morte dell'autore: 1945-2015), e che chiunque può quindi pubblicare liberamente. Giusto o sbagliato? Semplice operazione di verità storica o squallido modo per farsi pubblicità e per vendere più copie, magari approfittando in Italia del periodo elettorale delle elezioni amministrative? Sallusti ha difeso la sua scelta in un editoriale, motivandola nei termini di "studiare il male per evitare che ritorni, magari sotto mentite spoglie"; e da destra anche Il Foglio ha difeso la pubblicazione con un articolo in prima pagina su L'importanza di leggere il Mein Kampf. Il mondo accademico, come accade spesso, è diviso, fra chi saluta la pubblicazione in nome del no a qualsiasi censura; e chi invece parla di "vergogna" e di "cosa inaccettabile". Su Twitter #MeinKampf e #AnnaFranck (anche del suo famoso Diario sono appena scaduti i diritti) sono fra le maggiori tendenze del momento.

domenica 5 giugno 2016

Il dialogo necessario e il dovere della verità


Il vaticanista Aldo Maria Valli ha pubblicato sul suo sito un articolo, ripreso poi tal quale dal Foglio, molto pungente nei confronti di papa Francesco, riguardo soprattutto la sua azione pastorale nel mondo. In sintesi la questione, secondo Valli, è lo scontro fra due logiche: la logica dell'et et ("e..e"), tipica del cristiano a cui "piace integrare, includere, non ergere barriere", che induce all'inclusione e/o all'accoglienza dell'altro e del diverso; e la logica del non solum sed etiam ("non solo...ma anche"), tipica di Satana e del mondo, che, nel tentativo -apparentemente lodevole- di conciliare fra loro pensieri, persone, cose opposte e inconciliabili, si rivela invece una logica profondamente divisiva. Alcuni esempi chiariscono, a detta di Valli, tale situazione.

giovedì 2 giugno 2016

Gli intellettuali nel Medioevo

Un maestro legge ai suoi scolari
(miniatura del XIV secolo, Castres, Biblioteca Municipale)

Ritengo che uno dei più bei libri di Jacques Le Goff sia Gli intellettuali nel Medioevo (Les intellectuels au Moyen Age, Paris, Editions du Seuil 1957, trad. it. Milano, Mondadori 1959, ma cito dalla 22a ristampa, ibidem, 2005). La figura dell'intellettuale, definita dallo storico come "coloro che fanno il mestiere di pensatore e di trasmettere il proprio pensiero mediante l'insegnamento" (p. 3), è seguita nel suo sviluppo nei secoli XII e XIII, fino al declino del Medioevo con il passaggio -fra XIV e XV secolo- dall'intellettuale medievale all'umanista.
Monaci nello scriptorium
(miniatura da un manoscritto dell'XI secolo)
Nel XII secolo l'apparizione della figura dell'intellettuale si lega al rinascimento urbano ("Al principio vi furono le città": p. 7), dopo il processo forzato di ruralizzazione, di fuga verso le campagne e di abbandono dei grossi centri urbani, tipico dell'Alto Medioevo. In quest'ultimo periodo l'intellettuale coincideva con il monaco, all'opera nello scriptorium dell'abbazia, i cui prodotti sono splendidi manoscritti, riccamente miniati e redatti in bella grafia: prodotti di lusso insomma, dall'altissimo valore economico, che però attestano la scarsa circolazione dei libri. I monaci, peraltro, solo secondariamente si interessano del contenuto dei manoscritti che copiavano: la loro è un'opera di ricapitolazione, di salvaguardia del già fatto, senza nessun apporto originale; l'importante è l'opera di scrittura, la fatica della copia, che è "opera di penitenza che varrà loro il paradiso. Essi misurano dal numero delle pagine, dalle righe, dalle lettere, gli anni di purgatorio riscattati, o, inversamente, si lamentano della disattenzione per cui, saltando una data lettera, hanno aumentato il loro soggiorno nel luogo di purgazione. Essi trasmisero ai loro successori il nome del diavoletto incaricato di tormentarli, il demone Titivillus" (p. 11). Veritas filia temporis; e da ciò anche l'entusiasmo di un Pietro di Blois che esclama: "Non si passa dalle tenebre dell'ignoranza alla luce della scienza se non rileggendo ogni giorno, con amore sempre più vivo, le opere degli Antichi. Abbàino i cani, grugniscano i porci! Io rimarrò egualmente un seguace degli antichi. Le mie cure saran sempre per loro, e ogni giorno l'alba mi troverà intento a studiarli".