domenica 25 dicembre 2016

Ipponatte di Clazomene

Scena di un sacrificio (V sec. a.C., Paris, Louvre)

Come per tutti gli antichi poeti lirici della Grecia arcaica, anche per Ipponatte le notizie biografiche in nostro possesso sono scarsissime, e probabilmente condizionate dalla leggenda. Il poeta sarebbe vissuto nella seconda metà del vi secolo (intorno al 540 a. C.): il suo nome (da íppos e ànax, ‘signore di cavalli’) depone, come è anche ovvio che sia per chi deteneva la cultura nel vi secolo, per l’origine aristocratica. Per motivi politici però (la tirannide di Atenagora e Comas) pare che assai presto egli abbia dovuto lasciare, forse condannato all’esilio, la sua città natale Efeso, per trasferirsi a Clazòmene, sempre in Ionia, dove quasi certamente visse in precarie condizioni economiche. Fra i tanti figuri di cui si circondò, tutti ritratti nella sua poesia con nomi e descrizioni molto realistiche come tante ‘macchiette’, si ricorda in particolare un terzetto, costituito dagli artisti (per la precisione scultori) Bùpalo e Atènide, accompagnati dalla sorella del primo Arete, a creare un ambiguo ed equivoco ménage à trois, aggravato ovviamente dal presunto incesto intorno al quale il poeta scaglia le più feroci e sarcastiche invettive. 
Il perché di tanto accanimento nei loro confronti da parte di Ipponatte ha ancora una volta il sapore della leggenda: Arete non avrebbe ricambiato l’amore di Ipponatte; o forse Bùpalo (il vero antagonista del poeta) avrebbe ritratto molto realisticamente nella sua scultura le fattezze fisiche di Ipponatte, che pare non fosse un Adone (la tradizione ce lo descrive brutto, basso e deforme). Come per Archiloco, anche per Ipponatte la leggenda ci tramanda del suicidio dei tre compari-avversari del poeta, svergognati dalla virulenza dei giambi di Ipponatte.
Della sua produzione poetica ci restano all’incirca 200 versi, la maggior parte molto frammentari. L’ambiente dei suoi giambi è la cittadina di Clazòmene, nei suoi quartieri più degradati che fa da sfondo ai numerosi personaggi: oltre al trio sopra ricordato, il mago Ciccòne, una sorta di ciarlatano che vive da parassita nelle case degli aristocratici; Sanno, dall’immenso patrimonio pressoché interamente dilapidato in banchetti e festicciole, quasi un Trimalcione ante litteram; e tanti altri. Ma il protagonista più importante della sua poesia è proprio il poeta, o meglio, rifuggendo da facili e non assodati autobiografismi, il soggetto parlante, l’io lirico, del quale sappiamo vita, sotterfugi, espedienti e lamenti contro la miseria e la povertà. 
In definitiva Ipponatte rappresenta, senza il minimo dubbio, la più grande figura di poeta comico della lirica greca arcaica; certamente superiore, quanto a vis comica, ad Archiloco (la cui grandezza si misura in frammenti di altro genere, soprattutto elegiaco), almeno allo stato attuale dei frammenti.


Per scaricare i frammenti di Ipponatte in italiano (con commento) clicca qui.
Testo greco originale di tutti i frammenti di Ipponatte (ed. Aloni) qui.

sabato 26 novembre 2016

Semonide di Amorgo

Scena di un banchetto (vaso greco a figure rosse, VI sec. a.C.)

Poco o nulla si conosce di Semonide (Σημονίδης): incerta la patria di origine, incerto il periodo della vita, sconosciuto pressocché del tutto ogni particolare sicuro della sua vita. Forse originario di Samo, fu detto di Amorgo in quanto pare abbia partecipato alla fondazione da parte dei Samii della città di Minoa, nell’isola di Amorgo (nelle Cicladi orientali). Figlio di un certo Krines, visse nel vii secolo, probabilmente in un periodo di poco successivo ad Archiloco, o al massimo suo contemporaneo; difficile tributargli la palma di “primo dei giambografi greci”, secondo un’antica tradizione. Le date più probabili della sua vita ruotano intorno alla seconda metà del vii secolo, intorno alla XXIX Olimpiade (664-661 a.C.).
A lui la tradizione antica attribuiva due libri di giambi, alcune elegie e un poema dal titolo Archeologia dei Samii (Σαμίων ῾Αρχαιολογία); ma della sua opera restano solo una quarantina di frammenti, per un totale di circa 200 versi. Di questi oltre la metà (precisamente 118 versi) fanno parte del cosiddetto “Biasimo delle donne” (ψόγος γυναικῶν) o “Satira delle donne”, il suo componimento più noto e al quale deve principalmente la sua fama. 

mercoledì 17 agosto 2016

Medioevo in Basilicata: 4. Il Santuario di Santa Maria d'Anglona (Tursi)


Il Santuario di Santa Maria d'Anglona, su un colle alto 263 metri che domina la vallata dei fiumi Agri e Sinni, a una quindicina di chilometri da Tursi, rappresenta un piccolo gioiello dell'architettura medievale in Basilicata, ma presenta al suo interno anche un interessante ciclo di affreschi (trecenteschi), sebbene in discreto stato di conservazione, recentemente messi in luce a seguito di un accurato lavoro di recupero e di restauro.
La struttura attuale dell'edificio è romanica e risale a un periodo compreso fra XI e XII secolo; il materiale di costruzione è tufo e travertino. All'esterno spiccano: 1) l'abside (immagine 1), ampliata nel XIII secolo ad opera di Melchiorre da Montalbano, chierico ad Anglona, decorata con lesene e formelle a figure di animali in rilievo; 2) il portale (immagini 2-5), realizzato secondo influenze normanne e forse con parti di recupero (da un ambone?), a tutto sesto, decorato nella fascia superiore con formelle in rilievo rappresentanti l'Agnus Dei, i tetramorfi degli Evangelisti, mentre l'interno dell'arcata presenta teste animali e antropomorfe; ai lati due figure non ben identificate, forse degli apostoli Pietro e Paolo (immagine 6); 3) il campanile (immagine 7) quadrangolare con quattro bifore e doppie colonne.

martedì 16 agosto 2016

Medioevo in Basilicata: 3. la Cripta del Peccato Originale a Matera


La Cripta del Peccato Originale a Matera è uno degli esempi più belli e meglio conservati dell'arte rupestre in Basilicata, ed è stata definita da Vittorio Sgarbi "la Cappella Sistina della pittura parietale rupestre", per via della scena della creazione di Adamo come nel più celebre affresco michelangiolesco. Il ciclo di affreschi che la caratterizza, sebbene di qualità -a detta di chi scrive- un gradino inferiore a quelli della Chiesa di S. Margherita di Melfi o quelli di S. Antuono a Oppido Lucano, è senza alcun dubbio il più antico della Basilicata, e risale alla fase dei primi insediamenti dei monaci benedettini nella regione, agli inizi del IX secolo. 
La Cripta, in una zona di campagna a quattordici chilometri da Matera (immagine 1), è stata casualmente individuata soltanto nel 1963 da un gruppo di giovani appassionati di Matera, ma non era sconosciuta a tutti: essa era infatti utilizzata da un pastore locale come stalla per il suo gregge di pecore. 
L'accesso alla chiesa era originariamente collocato su una parete, oggi invece murata, ed era costituito da un piccolo muricciolo a secco, aggiunto in tempi recenti per rimediare al crollo della roccia della grotta che aveva privato la chiesa dell'intera parete, lasciandola scoperta dal lato del burrone costituito dal fondo della Gravina di Picciano. La chiusura attuale dell'accesso originario è stata dettata da ragioni di messa in sicurezza dell'edificio, mentre un piccolo accesso -da cui oggi si entra- è stato aperto sulla parete a destra dell'accesso originario (immagine 2). Il crollo della parete della roccia ha presumibilmente provocato la perdita di una parte del complesso, quasi certamente di una serie di affreschi che ricopriva l'intera parete, oltre a un'abside affrescata sulla parete centrale a sinistra della parete crollata. 

venerdì 29 luglio 2016

Iconografia e Filologia: dai manoscritti alle stampe. 1, Convegno: Dante and the Visual Arts. Summer Symposium Part 2: Manuscript Illumination and Print Illustration, Los Angeles, UCLA 22-24 agosto 2016


Può l'iconografia, ossia lo studio delle immagini e delle illustrazioni dei manoscritti e delle stampe, dare un contributo rilevante alla critica del testo della Commedia? In questo primo contributo (il secondo il prossimo anno in Francia, in un convegno fra Tours e Parigi), dedicato alle edizioni a stampa della Commedia fra Cinquecento e Seicento - rispettivamente trenta e tre stampe - si cercherà una prima risposta, focalizzando in particolare l'attenzione su alcuni loci specifici del testo dantesco (su tutti Inf. VI 19, in cui la tradizione manoscritta si divide fra iscoia, accolto in Petrocchi, ed ingoia, fra gli altri in Urb), in cui le immagini sembrano poter dare una qualche forma di contributo per lo stabilimento del testo critico.

mercoledì 27 luglio 2016

J. Le Goff, Il Dio del Medioevo


Libro piccolo e agile, Il Dio del Medioevo di Jacques Le Goff (Roma-Bari, Laterza 2011, pp. 102, euro 7,50) è strutturato come una conversazione sul tema di Dio nel Medioevo fra lo storico e Jean-Luc Pouthier, una sorta di intervista a domanda e risposta. 
I primi due capitoli del libro sono dedicati ad analizzare rispettivamente la figura di Dio e il ruolo dello Spirito Santo e della Vergine Maria, due figure che in alcuni periodi della storia medievale potevano mettere in crisi il rigido monoteismo derivato dalla tradizione ebraica (per es. con l'ufficializzazione dell'Ave Maria, nel XIII secolo, in cui la Vergine è consacrata "Mater Dei"). La prima notazione di una certa importanza è che il Dio cristiano del Medioevo, a differenza dello Jahvè ebraico e di Allah, può essere rappresentato, e l'iconoclastia -ossia l'avversione per le immagini e per la rappresentazione della divinità-, non ha mai messo radici in Occidente (tranne in una breve fase): "il Dio dei cristiani è antropomorfo, e la sua antropomorfizzazione è avvenuta essenzialmente nel corso dell'età medievale" (p. VI). Nei confronti degli ebrei, a ben vedere, il Medioevo fu sempre ambivalente: Gesù era ebreo, e gli Ebrei sono il popolo eletto; d'altro canto però, si viene affermando man mano un'avversione nei loro confronti, accusati di deicidio al posto dei Romani.
Jacopo Torriti, Incoronazione della Vergine (1296)
Il Dio cristiano è un solo Dio (monoteismo), sebbene distinto in tre persone; ed è un Dio-persona. Nel IV secolo avviene il passaggio dal deus dei pagani, scritto con la minuscola ma già inteso più o meno come una persona collettiva, al Deus con la maiuscola, che segna la presa di coscienza del monoteismo. Il cristianesimo si impone a partire dalle città verso le campagne, ma a resistere sono solo la città di Roma, culla dell'Impero e del paganesimo, e le élites intellettuali, mentre il popolo e gli schiavi passano in massa alla nuova religione, in quanto "il cristianesimo è una religione di eguali che promette la vita eterna ai fedeli la cui condotta è improntata a virtù [...]. Inoltre sua chiave di volta all'opera per tutto il Medioevo, è che Dio si è incarnato, si è fatto uomo [...] Morendo della morte più miserabile, la più vergognosa che esisteva nella sua epoca, la morte degli schiavi sulla croce, Gesù ha reso evidente che tutti gli uomini possono essere salvati, poiché il più miserabile di loro è stato salvato" (pp. 13-14).

martedì 26 luglio 2016

La Cappella Bolognini nella Basilica di San Petronio a Bologna


Probabilmente la cappella più famosa della Cattedrale bolognese di S. Petronio, la Cappella Bolognini (dal nome del committente degli affreschi) o anche "Cappella dei Re Magi" contiene un importante ciclo di affreschi di stile tardomedievale, realizzati fra il 1410 e il 1415, probabilmente dal pittore bolognese Iacopo di Paolo, attivo fra l'ultimo ventennio del '300 e i primi anni del secolo successivo.
immagine 1: i re Magi e la cometa
La cappella Bolognini è divisa in tre parti: sulla parete centrale sono raffigurate le Storie di S. Petronio in otto riquadri (dall'alto verso il basso, i primi quattro da sinistra poi a destra); sulla stessa parete si trova una pala d'altare con figure di santi e storie dei re Magi sulla predella, di stile gotico. Sulla parete di destra sono invece raffigurate le Storie dei Re Magi, anch'esse in otto riquadri a coppie (da sinistra a destra e viceversa) e su quella di sinistra -certamente la più famosa- scene del Paradiso e dell'Inferno, di ispirazione (così viene comunemente affermato) dantesca.
In tutto il ciclo di affreschi si nota un gusto realistico e attento ai particolari, che però indulge al dettaglio curioso se non fantastico, per suscitare meraviglia e stupore nell'osservatore.

sabato 23 luglio 2016

Tempo e spazio nel Medioevo


Già nel Medioevo si rendevano conto, in un certo senso, di vivere il Medioevo. Nella concezione di Gioacchino da Fiore, ad esempio, si postulava di vivere in un'età di mezzo (media aetas), nell'età del Figlio, dopo l'età del Padre e prima dell'avvento dell'età dello Spirito Santo; un periodo intermedio fra l'incarnazione del Cristo e la sua prossima venuta per il giorno del Giudizio. La concezione della storia è quella di una storia della salvezza, i cui protagonisti sono tre: il tempo, lo spazio e gli uomini. Lo spazio dell'uomo è la Terra, rappresentata per lo più come un disco piatto in mezzo all'oceano: al centro c'è Gerusalemme, immagine terrena della Gerusalemme celeste che attende ognuno dopo la morte; i tre continenti noti (Europa, Africa e Asia) si racchiudono in un cerchio, disposti a forma di T, con l'Asia nella parte superiore, il quadrante inferiore destro l'Africa, quello sinistro l'Europa. 
Il tempo era deciso e stabilito da Dio ab eterno. Il salmo 90, secondo cui davanti al Signore mille anni sono come un giorno solo, induceva molti a calcolare in seimila anni il tempo stabilito per la durata dell'universo, in una sorta di "settimana del mondo", e di vivere nella sesta ed ultima età del mondo, alla cui fine ci sarebbe stato il "sabato del mondo". Gli stessi calendari si basavano sulla storia sacra: l'inizio dell'anno poteva partire dal 25 dicembre, natale del Signore,; o dal 25 marzo, data dell'Annunciazione a Maria; o, ma più raramente (essendo una festa mobile), dalla Pasqua. Come si misurava il tempo? 

lunedì 13 giugno 2016

La (ri)pubblicazione del Mein Kampf: un appunto di principio e una nota tecnica



Fra molte polemiche (dei giornali, della politica e della comunità ebraica italiana), Il Giornale di Alessandro Sallusti ha deciso in questi giorni di allegare, con il quotidiano, una copia del Mein Kampf di Adolf Hitler, libro di cui -lo ricordiamo- sono appena scaduti i diritti d'autore (settanta anni dalla morte dell'autore: 1945-2015), e che chiunque può quindi pubblicare liberamente. Giusto o sbagliato? Semplice operazione di verità storica o squallido modo per farsi pubblicità e per vendere più copie, magari approfittando in Italia del periodo elettorale delle elezioni amministrative? Sallusti ha difeso la sua scelta in un editoriale, motivandola nei termini di "studiare il male per evitare che ritorni, magari sotto mentite spoglie"; e da destra anche Il Foglio ha difeso la pubblicazione con un articolo in prima pagina su L'importanza di leggere il Mein Kampf. Il mondo accademico, come accade spesso, è diviso, fra chi saluta la pubblicazione in nome del no a qualsiasi censura; e chi invece parla di "vergogna" e di "cosa inaccettabile". Su Twitter #MeinKampf e #AnnaFranck (anche del suo famoso Diario sono appena scaduti i diritti) sono fra le maggiori tendenze del momento.

domenica 5 giugno 2016

Il dialogo necessario e il dovere della verità


Il vaticanista Aldo Maria Valli ha pubblicato sul suo sito un articolo, ripreso poi tal quale dal Foglio, molto pungente nei confronti di papa Francesco, riguardo soprattutto la sua azione pastorale nel mondo. In sintesi la questione, secondo Valli, è lo scontro fra due logiche: la logica dell'et et ("e..e"), tipica del cristiano a cui "piace integrare, includere, non ergere barriere", che induce all'inclusione e/o all'accoglienza dell'altro e del diverso; e la logica del non solum sed etiam ("non solo...ma anche"), tipica di Satana e del mondo, che, nel tentativo -apparentemente lodevole- di conciliare fra loro pensieri, persone, cose opposte e inconciliabili, si rivela invece una logica profondamente divisiva. Alcuni esempi chiariscono, a detta di Valli, tale situazione.

giovedì 2 giugno 2016

Gli intellettuali nel Medioevo

Un maestro legge ai suoi scolari
(miniatura del XIV secolo, Castres, Biblioteca Municipale)

Ritengo che uno dei più bei libri di Jacques Le Goff sia Gli intellettuali nel Medioevo (Les intellectuels au Moyen Age, Paris, Editions du Seuil 1957, trad. it. Milano, Mondadori 1959, ma cito dalla 22a ristampa, ibidem, 2005). La figura dell'intellettuale, definita dallo storico come "coloro che fanno il mestiere di pensatore e di trasmettere il proprio pensiero mediante l'insegnamento" (p. 3), è seguita nel suo sviluppo nei secoli XII e XIII, fino al declino del Medioevo con il passaggio -fra XIV e XV secolo- dall'intellettuale medievale all'umanista.
Monaci nello scriptorium
(miniatura da un manoscritto dell'XI secolo)
Nel XII secolo l'apparizione della figura dell'intellettuale si lega al rinascimento urbano ("Al principio vi furono le città": p. 7), dopo il processo forzato di ruralizzazione, di fuga verso le campagne e di abbandono dei grossi centri urbani, tipico dell'Alto Medioevo. In quest'ultimo periodo l'intellettuale coincideva con il monaco, all'opera nello scriptorium dell'abbazia, i cui prodotti sono splendidi manoscritti, riccamente miniati e redatti in bella grafia: prodotti di lusso insomma, dall'altissimo valore economico, che però attestano la scarsa circolazione dei libri. I monaci, peraltro, solo secondariamente si interessano del contenuto dei manoscritti che copiavano: la loro è un'opera di ricapitolazione, di salvaguardia del già fatto, senza nessun apporto originale; l'importante è l'opera di scrittura, la fatica della copia, che è "opera di penitenza che varrà loro il paradiso. Essi misurano dal numero delle pagine, dalle righe, dalle lettere, gli anni di purgatorio riscattati, o, inversamente, si lamentano della disattenzione per cui, saltando una data lettera, hanno aumentato il loro soggiorno nel luogo di purgazione. Essi trasmisero ai loro successori il nome del diavoletto incaricato di tormentarli, il demone Titivillus" (p. 11). Veritas filia temporis; e da ciò anche l'entusiasmo di un Pietro di Blois che esclama: "Non si passa dalle tenebre dell'ignoranza alla luce della scienza se non rileggendo ogni giorno, con amore sempre più vivo, le opere degli Antichi. Abbàino i cani, grugniscano i porci! Io rimarrò egualmente un seguace degli antichi. Le mie cure saran sempre per loro, e ogni giorno l'alba mi troverà intento a studiarli".

sabato 21 maggio 2016

Le Lettere di Carlo Magno

Busto reliquiario di Carlo Magno
(Tesoro di Aquisgrana) 

La figura di Carlo Magno (742-814), fondatore del Sacro Romano Impero, rex Francorum et Longobardorum (quindi d'Italia), resta una delle più suggestive e affascinanti della storia medievale, sotto molteplici aspetti. Ancor più interessante risulta di conseguenza affiancare al personaggio pubblico, politico e ufficiale, il suo lato privato, gettando uno sguardo sulla dimensione, diciamo pure così, umana ed affettiva del grande imperatore. Tale operazione è -almeno in parte- realizzabile a partire dalla raccolta delle sue Lettere, una ventina in tutto, che Carlo Magno scrisse -o fece scrivere- a una serie di personaggi della sua cerchia (anche familiare) durante gli anni del suo regno.
Ma innanzitutto c'è una questione preliminare da chiarire. Carlo Magno, com'è risaputo, probabilmente non sapeva leggere, senza dubbio non sapeva scrivere: le sue lettere, pertanto, non sono scritte da lui propria se manu, ma le dettava a voce allo scrivano di corte, in gergo tecnico protonotario di cancelleria, carica che fu ricoperta, dal 776 al 797, da Radone. Il pensiero da esprimere, il concetto da esporre, sono indubbiamente di Carlo; ma le parole sono dello scrivano, che altrettanto indubbiamente "traduceva" il pensiero di Carlo con un linguaggio più ufficiale, quale doveva essere quello di un monarca. La domanda a questo punto è legittima: quanto c'è del vero Carlo nelle sue lettere? Non è certamente facile rispondere: certamente il lettore dovrà prodursi in uno sforzo esegetico e interpretativo notevole, cercando di "leggere tra le righe", con l'obiettivo di cogliere la dimensione del vero Carlo, al di là della cornice linguistica, sovente tronfia e ridondante.    

venerdì 20 maggio 2016

Medioevo in Basilicata: 2. la chiesa rupestre di S. Margherita a Melfi


La chiesa di S. Margherita è uno dei gioielli dell'arte rupestre in Basilicata, e in generale uno dei più belli esempi del genere in Italia. Si trova pochi chilometri fuori dal centro abitato di Melfi, nelle immediate vicinanze del cimitero. La struttura risale al XIII secolo, quasi certamente alla fase del regno di Federico II di Svevia (morto nel 1250): l'ambiente consta di un Ingresso (A), costituito da un arco ogivale, mentre l'interno è diviso in due campate coperte da volte a crociera a sesto acuto; un'unica navata centrale con in fondo l'abside con un altare dedicato a S. Margherita (E), e quattro cappelle laterali (B-D-F-G), tutte con volte a botte a sesto acuto. L'ambiente è scavato nel tufo, e cosa che la distingue dalla maggior parte delle chiese rupestri, comprese le più note e celebrate di Matera, le pareti risultano completamente affrescate, tranne il Cenacolo, che però conserva ancora i sedili di pietra addossati alle pareti, utilizzati dai monaci. La quarta cappella (seconda a destra dell'ingresso) conserva invece un piccolo accesso di forma irregolare, quasi certamente destinato ad ospitare l'alloggio del guardiano. 

domenica 24 aprile 2016

Quattro passi a zonzo per Pompei

Le rovine di Pompei e, sullo sfondo, la minacciosa figura del Vesuvio

Visitare Pompei, camminare per le sue strade e fra le sue case, sigillate per secoli dalla coltre di pomice vulcanica che la seppellì, quel fatidico 24 agosto del 79 d.C., è sempre un'emozione indescrivibile. L'impressione che se ne ricava è quella di una "vita strozzata", sorpresa nel sonno e bloccata -per sempre- in un preciso momento, come lo scatto di una fotografia o dopo uno stato di ibernazione che fissa un corpo in un istante perenne. Corpi di uomini, donne e bambini, o anche animali (per es. un cane che cerca di liberarsi vanamente dal suo guinzaglio: immagine 3a) colti -tramite i calchi di gesso (nell'Orto dei fuggiaschi o nelle teche esposte all'ingresso del sito: immagini 1-3)- nel momento preciso della fuga e della corsa disperata verso una salvezza che non arriverà; le case abbandonate in fretta e furia, le scritte sui muri ancora inneggianti a questo o a quel gladiatore, insieme a "cartelli" pubblicitari e a messaggi d'amore; tutto, insomma, profuma di una vita vissuta spezzata nel pieno del suo svolgersi quotidiano.
Perdersi per i viottoli e i muri cadenti di Pompei significa, dunque, immergersi nell'atmosfera piena di vita di quell'ultimo giorno d'estate di quasi duemila anni fa, immaginando i rumori, le voci, gli uomini e le donne presenti in quel giorno di sole, un secondo prima della catastrofe e del buio di morte calato dalle pendici dello "sterminator Vesevo".

giovedì 3 marzo 2016

L'eterno ciclo delle stagioni e le età dell'uomo


Frigora mitescunt Zephyris, ver proterit aestas,
interitura, simul
pomifer autumnus fruges effuderit, et mox
bruma recurrit iners.

Damna tamen celeres reparant caelestia lunae:
nos ubi decidimus
[...] pulvis et umbra sumus.

[I venti di primavera mitigano il freddo, l'estate, / che a sua volta morrà, travolge la primavera, / e non appena l'autunno produttore di frutti genera le messi, / subito ritorna il pigro inverno. / Tuttavia la luna alla svelta ripara i danni del cielo: / invece quando noi siamo caduti, / polvere ed ombra siamo].