mercoledì 8 ottobre 2014

Vasco Rossi, "Stupido hotel"


Non è certo operazione comune, forse per un certo snobismo nei confronti della cultura popolare in senso lato (categoria che include in genere l'universo musicale contemporaneo, dal pop al rock), tentare un'analisi di un testo quale quello di una canzone, cosa che di norma i critici riservano ai testi letterari, considerati -evidentemente a torto, quantomeno in senso assoluto- espressione di una cultura di rango e di qualità superiore. Tenterò invece tale operazione applicandola a un testo molto noto di Vasco Rossi, Stupido hotel.
Il brano esordisce delineando subito il quadro del protagonista isolato in uno "stupido hotel", in una condizione di separazione dalla sua lei. La lontananza dall'amata provoca un vortice esistenziale nella vita dell'io narrante, come rimarcato dall'espressione -dal sapore quasi nichilistico- "tutto mi sembra inutile / tutto mi sembra com'è": la realtà delle cose cioè ("tutto"), appare nella sua evidenza ontologica come "inutile"; così com'è, nella sua dimensione normale e quotidiana, "tutto è inutile". 

mercoledì 1 ottobre 2014

L'insostenibile incomunicabilità dell'essere (umano)

R. Magritte, Gli amanti (1928)
Rovesciando una celebre immagine di John Donne, bisogna ammettere in ultima analisi che l'uomo in quanto tale, sia come specie astratta sia come individuo concreto, "è un'isola". Il desiderio, innato dentro di lui, di rompere l'accerchiamento e l'isolamento cui il destino lo ha ineluttabilmente condannato, si esplicano in un bisogno di comunicare, di parlare, di confrontarsi, di cercare nell'altro una qualche forma di solidarietà e di calore che possano spezzare la sua solitudine esistenziale. 
Ma ogni forma di comunicazione, a partire in primis dal linguaggio, che è la forma di comunicazione per definizione, è un compromesso, un tentativo di mediazione fra l'io e il mondo che non può che essere parziale e approssimativo: ciascuno di noi se ne rende conto quando si trova nella condizione di dover esprimere un'emozione profonda dall'intimo dell'anima (per esempio l'amore nei confronti di una donna), e, pur sforzandosi, non riesce ad esprimere a parole che un balbettìo, una pallida immagine di quello che ha dentro e che vorrebbe veramente esprimere.
In generale è proprio nel rapporto d'amore che vengono palesemente alla luce tutti i limiti della condizione esistenziale dell'uomo, inchiodato, per così dire, alla sua incomunicabilità: a volte ci si innamora delle persone sbagliate, perché non se ne conosce la vera natura, e il nostro sentimento nei confronti di quella persona si basa su nostre credenze circa la sua più intima natura che non trovano riscontro nella realtà; altre volte si ama non riamati, e vorremmo poter esprimere, a gesti o a parole, come sublimi artisti, i nostri sentimenti nei confronti dell'altro; e falliamo miseramente perché l'altro non ci capisce o è sordo alle nostre parole. Altre volte ancora il linguaggio crea ambiguità, equivoci, per estirpare i quali servono altre parole, in un circolo vizioso senza fine.
Se fossimo essere perfetti esisterebbe, forse, una qualche forma di telepatia, e ciascuno di noi potrebbe leggere, nella mente o nel cuore dell'altro, i sentimenti più veri e più sinceri; il linguaggio, invece, come ogni forma di mediazione, genera falsità e menzogna. Da qui la nostra condizione di infelicità e di perenne insoddisfazione, soprattutto nei rapporti più profondi, l'amicizia e l'amore soprattutto.
Che una persona, un 'altro da noi', possa conoscere davvero la nostra più intima natura, e apprezzarci e amarci per come siamo davvero, e non per come appariamo in superficie, è forse solo una pia illusione per salvarci dall'abisso della disperazione. Forse chi ama davvero ama per un equivoco, un'illusione, o per un atto di fede, che è cieco per definizione. Forse l'amore non è mai, perché non può esserlo, razionale, ma è esso stesso un equivoco o un atto gratuito di fede nei confronti dell'altro; o talvolta, più squallidamente, è una comoda via di fuga da se stessi, per aggrapparsi a un qualcuno che non sia noi, e che ci dia la benevola illusione di farci sentire amati; amore cieco, amore per caso, amanti muti che non si parlano e non si conoscono.

sabato 20 settembre 2014

Il passo del gambero


Il passo del #gambero è la metafora perfetta della #vita: un passo avanti, e uno indietro;
si avanza a fatica, si dubita, si indietreggia...
(Tweet del 18/09/2014)

Crescere, nella vita, purtroppo non è sempre un camminare diritti e baldanzosi verso la meta prefissa: una delusione, un fallimento, un momento particolarmente difficile ci insegnano, al contrario, che il più delle volte la vita è un ripiegarsi in se stessi, un indietreggiare di fronte al dubbio e alla paura, o un girare in tondo intorno a uno stesso punto, in una logorante difesa delle proprie posizioni, come in una estenuante guerra di trincea. Ogni minimo passo in avanti è una grande conquista, ogni posizione persa è l'occasione per rimboccarsi le maniche e ripartire daccapo, alla riconquista di ciò che si è perduto, a costo del proprio sangue e con grande sacrificio: è questo il prezzo della saggezza.

venerdì 19 settembre 2014

Alla ricerca della felicità


Forse la #felicità è una cosa più semplice e a portata di mano di quanto pensiamo. 
Ma noi vogliamo cose complicate, x questo essa ci sfugge.
(Tweet del 18/09/2014)

Forse il segreto della vita è sapersi accontentare, puntare alle cose semplici, immediate, a portata di mano, che la vita stessa spontaneamente ci offre. Tutti i giorni, sotto i nostri occhi. Ma il cuore dell'uomo è un abisso di tenebre, in lotta perenne con la luce, e rifiutiamo ciò che, proprio perché semplice e a portata di mano, appare al nostro cuore come non desiderabile, non degno dei nostri sforzi. E allora ci affanniamo alla ricerca della felicità, cercando cose complicate, che ci sfuggono, e che forse neanche conosciamo veramente; ci perdiamo in contrade remote, in storie assurde, senza senso; mentre la felicità, forse, è sempre stata qua, accanto a noi, e bastava, per sfiorarla, allungare soltanto un po' la mano... 
Siamo esseri alla perenne ricerca della felicità, che finiscono invece per non riconoscerla e per rifiutarla, finendo per annegare nel mare dell'infelicità: è questa la beffa della vita.

mercoledì 6 agosto 2014

Amor Fati


A volte nella vita, come i marinai, siamo in balia delle onde.
(Tweet del 05/08/2014)

E' capitato a tutti nella vita, a volte, di attraversare un momento particolarmente difficile, di non sapere cosa fare, o a chi chiedere aiuto e conforto. In quei momenti realizziamo, forse per la prima volta a noi stessi, che non abbiamo il controllo totale della nostra vita, che qualcosa sfugge al nostro controllo, per quanto ci sforziamo di mantenere salde le redini, e che quindi non siamo assolutamente in grado di prevedere quello che succederà o, che è lo stesso, di impedire che una certa cosa accada a nostro dispetto.
E' in quei momenti che comprendiamo l'esistenza, al di sopra di noi, di forze più grandi di noi, le si voglia chiamare Dio, o Destino, o semplicemente col nome di Vita; forze così potenti, così misteriose e imperscrutabili, davanti alle quali noi non siamo che esseri piccoli e insignificanti, come vermi o insetti schiacciati dal piede di un gigante. E ci sentiamo persi, smarriti, allo sbando: come marinai scampati a un naufragio, in balia delle onde, onde alte e immense che ci circondano come un muro da tutti i lati... 
In situazioni come questa non abbiamo scampo né via di uscita: bisogna abbandonarsi alle onde più forti di noi, come la ginestra di Leopardi di fronte all'avanzare della lava. Resistere, oltre a non avere senso, sarebbe anche folle e stupido; l'unico atteggiamento saggio, al contrario, è accettare la vita e il destino che ci travolge, in un disperato e totale Amor Fati: "Fiat voluntas tua...", "ciò che deve accadere accadrà"...

giovedì 1 maggio 2014

L'arte come forma di comunicazione

Vassily Kandinsky, Improvvisazione 8 (1923)

Sebbene una forma minimale di linguaggio -ossia quale strumento di comunicazione a livello elementare di informazioni semplici e non complesse- sia presente in tutti gli esseri viventi, è certamente indubbio che è proprio ed esclusivo dell'uomo, il linguaggio -verbale e non- quale facoltà di esprimere con simboli i contenuti complessi della mente, e di veicolarli sotto forma di informazioni a tutti gli individui della specie. Si può quindi giustamente affermare che l'uomo -nel contesto degli esseri viventi- è l'animale comunicativo per eccellenza, che fa cioè della comunicazione il tratto essenziale (nel senso etimologico 'che riguarda la sua essenza') e distintivo della sua natura.
L'uomo ha quindi necessità di comunicare, quasi come un bisogno istintivo codificato dentro di sé nel suo patrimonio genetico, e a questo bisogno difficilmente può sottrarsi. La comunicazione può riguardare molteplici aspetti del reale, ma è altrettanto evidente che l'uomo è anche incline per sua natura a parlare di sé, dei suoi pensieri, dei suoi stati emotivi, che sono propri di lui in quanto unicum distinto dagli altri della sua stessa specie. Tutti hanno dunque bisogno di comunicare, ma ciascuno lo fa in modo diverso: unico è il fine, molti sono gli strumenti per raggiungerlo.

domenica 13 aprile 2014

Il canone editoriale dell'antica vulgata di Giorgio Petrocchi e le edizioni dantesche del Boccaccio, in Nuove prospettive sulla tradizione della "Commedia". Seconda serie (2008-2013), a c. di E. Tonello, P. Trovato, Monterotondo (RM), Libreriauniversitaria.it Edizioni 2013, pp. 119-82


Il saggio analizza le edizioni della Commedia procurate da Giovanni Boccaccio nei tre manoscritti autografi pervenutici: To[ledano 104.6], Ri[ccardiano 1035], Chig[iano L.VI.213]. Dall'analisi filologica dei manufatti si dimostra una dipendenza testuale delle copie del Boccaccio dalla famiglia vaticana (Vat. lat. 3199 e affini); mentre dall'analisi sull'intera tradizione manoscritta della Commedia, vagliata per loci Barbi, si dimostra l'assenza, in ampi settori della tradizione, di qualsiasi influenza imputabile alle edizioni del Boccaccio. Ciò falsifica il postulato di base posto a fondamento dell'edizione secondo l'antica vulgata di Giorgio Petrocchi, e prova l'inesistenza di uno "sbarramento cronologico" nella tradizione del poema dantesco fra un prima e un dopo Boccaccio. L'edizione Petrocchi viene quindi a perdere ogni giustificazione su base testuale, e si apre una nuova prospettiva per un'edizione della Commedia su presupposti diversi e alternativi a quelli enunciati da Petrocchi.

mercoledì 5 febbraio 2014

Caravaggio, Vocazione di san Matteo (1599-1600)


Capolavoro assoluto del grande pittore lombardo, la Vocazione di san Matteo si trova nella Cappella Contarelli della chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma, ed è ispirata dall'omonimo passo del Vangelo di Matteo (Mt 9, 9-13), relativo appunto alla chiamata dell'apostolo da parte di Gesù. Il quadro è una chiara allegoria della Grazia che irrompe nella vita di ognuno e inchioda l'uomo alla scelta decisiva per la sua vita: accettare e abbandonarsi di conseguenza al piano divino, oppure rifiutare distogliendo lo sguardo e rivolgendolo unicamente -e univocamente- su se stessi, in una chiusa e ristretta dimensione autoreferenziale. L'opera si gioca tutta sul contrasto "luce/tenebre": dal fondo nero e totalmente immerso nell'ombra, in cui a fatica emergono le figure in primo piano i cui vestiti, dai colori ugualmente cupi si confondono con lo sfondo (si noti per esempio il ragazzo a sinistra del quale non si riesce a distinguere la parte inferiore, tranne una piccola parte della gamba), ecco che fa da contraltare il raggio di luce che prepotentemente si sprigiona da destra verso sinistra, quasi seguendo la linea tracciata dal dito di Gesù puntato violentemente sull'apostolo, il quale a sua volta -come sorpreso e sconvolto da quella chiamata- sembra quasi voler dire, con il gesto del suo dito puntato al petto: "stai chiamando proprio me? sono proprio io colui che cerchi"? Il gesto di Gesù è ulteriormente potenziato dal similare gesto di Pietro che indica col dito l'apostolo, come dicesse: "Eccolo là, maestro: è proprio lui!"

sabato 18 gennaio 2014

La tradizione a stampa della Commedia: il Cinquecento (Nuova Rivista di Letteratura Italiana 16, 2013, pp. 9-59)


Secondo ed ultimo saggio dedicato alla tradizione a stampa della Commedia: quella del Cinquecento. Dopo aver fornito l'elenco delle trenta stampe del poema dantesco edite nel corso del secolo, le si analizzano da un punto di vista filologico, e si dimostra la dipendenza testuale di ciascuna di esse dalla sola edizione curata da Pietro Bembo a Venezia, per i caratteri di Aldo Manuzio, nel 1502. Fanno parziale eccezione, in quanto contaminate, l'edizione del Vellutello (Venezia, 1544), che corregge l'aldina perlopiù con la stampa del Landino (Firenze, 1481); l'edizione Giolito, la prima ad utilizzare l'aggettivo 'Divina' accanto a 'Commedia' (Venezia, 1555) che mescida fonti del Buti; e l'edizione - limitata al solo Inferno - del Sermartelli (Firenze, 1572) che incrocia testo aldino e tradizione Boccaccio.

venerdì 3 gennaio 2014

Il libro della vita


#classicidaleggere: non esiste il libro della vita, ma esiste il libro giusto x ogni momento della vita
    (Tweet del 02/01/2014)

I libri sono come le medicine: c'è n'è uno specifico per ogni malattia, per ogni stato d'animo, per ogni momento della vita. Un libro può ricordarci un amore finito e perduto, un altro un momento difficile, un altro ancora una situazione entusiasmante che abbiamo vissuto. Ecco perché stilare una graduatoria o una classifica dei libri più belli o più significativi è arduo: equivarrebbe a stilare una classifica delle nostre emozioni, a tracciare un bilancio della nostra vita, a confrontare fra di loro momenti di per sé non equiparabili (amore, dolore, depressione, fallimento). Esistono quindi, come per le canzoni, solo i libri che ci hanno segnato, nel senso che leghiamo al ricordo di eventi particolari della nostra vita che ci hanno segnati in maniera indelebile. Ogni pagina di un libro può rappresentare un sorriso, o una lacrima, o una profonda delusione.

mercoledì 1 gennaio 2014

Letture dantesche a Torino


Il professor Donato Pirovano, in qualità di Responsabile scientifico, coadiuvato da un Comitato organizzativo costituito da numerosi e validi membri (P. Ambrosi, M. C. Broggi, V. Della Casa, M. Folcarelli, A. Listino, N. Massucco, C. Pezzulich, G. Pratesi, E. Riu, C. Scarnera, G. Vignale), ha organizzato una serie di Letture dantesche del Purgatorio dal titolo "Per correr miglior acque", letture che si terranno nell'Aula 5 di Palazzo Nuovo a Torino (secondo che un calendario che puoi scaricare qui). L'iniziativa prevede un ciclo di letture tenute da emeriti e noti professori esperti della materia (Concetto Del Popolo, Enrico Malato, Marco Santagata e tanti altri) ed è organizzato da un gruppo di studenti dell'Università di Torino.

Contatti:
letturedanteschetorino@gmail.com
@Pcma_2013 on Twitter