giovedì 26 dicembre 2013

C. M. Martini, Verso la luce. Riflessioni sul Natale


Il libro di Carlo Maria Martini, Verso la luce. Riflessioni sul Natale (San Paolo, 2013, pp. 156, euro 9.90), è una raccolta postuma delle omelie natalizie del cardinale pronunciate durante il suo episcopato a Milano.
Come sottolinea il titolo, il centro della riflessione del cardinale è il contrasto "luce/tenebre": "La salvezza di cui noi essere umani abbiamo bisogno è di essere liberati dalle tenebre che ci avvolgono, che ci rendono inquieti, preoccupati, timorosi. Nella tenebra, simbolo del caos e della morte, sorge improvvisamente una luce, quasi per miracolo. Questa luce è un bambino mandato da Dio" (pp. 36-37). Partendo dalle letture che la liturgia propone per la notte di Natale, il cardinale sviluppa le sue riflessioni per tappe: dal brano del profeta Isaia 9 ("Il popolo che camminava nelle tenebre / ha visto una grande luce; / su coloro che abitavano in terra tenebrosa / una luce rifulse", p. 21), il cardinale argomenta che "quella di cui parla il profeta è la luce di Dio che rifulge nelle tenebre del peccato, in quello stato di oscurità in cui l'uomo si trova e che gli impedisce di conoscere Dio, di conoscere sé stesso e di conoscere il proprio futuro" (pp. 22-23). Le tenebre, secondo Martini, sono di tre tipi: "Le più immediate da riconoscere sono quelle tenebre costituite dai singoli crimini che oscurano e abbruttiscono la storia umana, come violenze, rapine, furti, tradimenti, disonestà, infedeltà; sono le tenebre che offuscano l'anima di ciascuno di coloro che commettono questi fatti, sono le tenebre dei nostri peccati personali" (p. 79). Esistono poi le tenebre "che si potrebbero chiamare aberrazioni sociali, cioè tutte le forme di disordine che guastano la società e la disgregano" (p. 79); da ultimo ci sono, ben più peggiori delle precedenti, "le tenebre costituite da una cultura, da una mentalità, da un sentire collettivo che, avendo perso il senso dei valori più alti, non trova in sé neppure la forza per riorientarsi e per smascherare, superare e contrastare le aberrazioni sociali. E' tenebra questa che riguarda i giudizi ultimi sulla vita e sulla morte, sul senso dell'esistenza, sul perché siamo uomini e donne qui sulla terra; è la perdita della speranza di un futuro eterno per l'uomo: è la tenebra più spessa e impenetrabile" (p. 80).

domenica 29 settembre 2013

Boccaccio editore della "Commedia", Convegno: Boccaccio editore e interprete di Dante, Roma, Villa Altieri-Palazzetto dell'Anguillara, 28-30 ottobre 2013


All'interno del convegno, organizzato dal prof. Enrico Malato, dal Centro Pio Rajna e dalla Salerno Editrice, dedicato alla figura di "Boccaccio editore e interprete di Dante" (Roma, Villa Altieri-Palazzetto dell'Anguillara, 28-30 ottobre 2013) - nel pdf di sopra il programma dettagliato del convegno -, il sottoscritto presenterà l'ultimo dei suoi studi consacrato al certaldese editore della Commedia. La mia tesi, già approfondita in studi pubblicati, è che l'influenza di Giovanni Boccaccio nella tradizione manoscritta della Commedia, a differenza di quanto sostenuto da Giorgio Petrocchi nella formulazione del suo canone editoriale secondo l'antica vulgata, è minima e decisamente marginale; in ogni caso tale da non giustificare in nessun modo l'esistenza di uno "sbarramento cronologico" fra un prima e un dopo Boccaccio. 
In uno studio di imminente pubblicazione - precisamente nel volume degli Atti del convegno in questione - si forniranno ulteriori prove, che nel convegno si presentano brevemente, circa l'assenza di errori o lezioni imputabili all'edizione dantesca del certaldese in ampi settori della tradizione della Commedia, e in particolare nei settori di più ampia diffusione come il Gruppo del Cento, o anche in settori periferici quali la tradizione settentrionale (β di Petrocchi, ossia Urb e affini). Tutto ciò conferma, come si diceva, l'inesistenza dello sbarramento cronologico del Boccaccio, e smentisce pertanto la giustificazione testuale a base dell'edizione di Giorgio Petrocchi. Una nuova edizione del poema dantesco pertanto, non solo è possibile, ma è necessaria, su basi testuali e su premesse diverse e alternative a quelle enunciate da Petrocchi.

domenica 8 settembre 2013

Le esilaranti avventure del maresciallo dei carabinieri Vito Caprarella di Melfi (racconti)


E' uscito in libreria il mio primo libro di narrativa dal titolo "Le esilaranti avventure del maresciallo dei carabinieri Vito Caprarella di Melfi", Roma, Arduino Sacco Editore 2013. Si tratta di un'opera volutamente parodistica del genere giallo tradizionale, compreso quello cinematografico (per intenderci, dal Commissario Montalbano in giù): per realizzarlo mi sono ispirato alla vita reale e concreta di un piccolo paesino della Basilicata, Melfi appunto, che mi ha visto nascere e dove ho vissuto la mia infanzia. In effetti nel libro c'è poco spazio per la fantasia: al di là della deformazione parodistica e caricaturale, tutte le storie, tolto ovviamente qualche particolare, sono storie vere; e tutti i personaggi, mutato nomine, sono reali (parenti, amici, conoscenti, o amici di amici di amici: il paese è piccolo, e si sa, tutti conoscono tutti...). La star del libro è il maresciallo dei carabinieri Vito Caprarella "mangione, imbriacone e panzone" -come recita la seconda di copertina-, che si trova ad affrontare delitti da quattro soldi o crimini banali, e che nonostante questo non riesce a risolverli se non con una buona dose di "fortuna" (in realtà nel libro etichettata come "culo"). Intorno al maresciallo si muove una galleria di personaggi, che come in tutti i piccoli paesi, costituiscono non solo lo sfondo, ma l'impalcatura essenziale delle avventure del protagonista: dal fedele compagno l'appuntato Donato Romaniello, alla moglie del maresciallo, còmma Filomena; e ancora il cognato Felice ubriaco fin dalle prime luci dell'alba, alle commari del quartiere cui non sfugge niente deglla vita degli altri, al prete e all'avvocato... Insomma un quadro di paese comico ma realistico al contempo, da cui emerge un mondo ormai fuori dalla storia: quello contadino della Basilicata, terra ignota ai più e fuori dai grandi giri anche del Mezzogiorno d'Italia.
Un'operazione "nostalgica" la mia: quella del recupero delle proprie radici e di scavo archeologico di un mondo perduto o in via d'estinzione, minacciato dall'avanzare della contemporaneità.
Questa la presentazione del libro così com'è riportata nella quarta di copertina del volume stesso:
"In un piccolo paesino della Basilicata il maresciallo dei carabinieri Vito Caprarella, buona forchetta e soprattutto gran bevitore di vino, e il suo fedele compagno di avventure l'appuntato Donato Romaniello, sono alle prese con delitti da quattro soldi, furti di galline o misteri apparenti che si risolvono in un fiasco. Intorno al maresciallo e al suo scudiero si muove una galleria di personaggi: còmma Filomena, moglie di Caprarella, con il suo circolo di terribili commari; l'avvinazzato Felice, cognato del maresciallo; e ancora il trafficone avvocato Bochicchio, detto Gratta e Vinci, in combutta con il procuratore Tartaglia; don Pasquale, vicino del maresciallo, padre Carlo, equivoco prete di campagna; e tanti altri... Vera protagonista dell'opera è in definitiva la Basilicata, di cui si denunciano la devastante arretratezza sociale, l'innata superstizione e la dilagante corruzione politica. Una "Gomorra" dal punto di vista comico".


Angelo Eugenio Mecca,
Le esilaranti avventure del maresciallo dei carabinieri Vito Caprarella di Melfi,
Roma, Arduino Sacco Editore 2013, pp. 268, euro 19.90

sabato 22 giugno 2013

Un nuovo canone di loci per la tradizione della Commedia? (Studi Danteschi 77, 2012, pp. 359-87)


Si sottopone ad analisi un recente contributo di Luigi Spagnolo che presenta una nuova ipotesi ricostruttiva per il testo critico della Commedia. In particolare si dimostra che il manoscritto Fior. Pal. 319, nell'ipotesi di Spagnolo codex optimus che costituirebbe da solo un terzo ramo della tradizione alternativo a quello toscano e a quello settentrionale, non è che un codice a, strettamente imparentato cioè con Mart Triv, entrambi già a testo in Petrocchi. La nuova edizione proposta da Spagnolo si ridurrebbe pertanto a un'edizione secondo la tradizione fiorentina a, sulla scia di quanto già messo in atto dall'edizione della Commedia curata da Antonio Lanza (Anzio, De Rubeis 1995).

mercoledì 3 aprile 2013

L'amico del Boccaccio e l'allestimento testuale dell'officina vaticana (Nuova Rivista di Letteratura Italiana 15, 2012, 1-2, pp. 57-76)


L'edizione della Commedia dovuta a Giovanni Boccaccio (tre i manoscritti della Commedia autografi del certaldese giunti a noi), dipende indubitabilmente dalla tradizione della cosiddetta officina vaticana, ossia dal codice Vat. lat. 3199 (e dai suoi derivati). Ma come nasce questa tradizione, così importante per la Commedia, soprattutto in seno alla tradizione a stampa, almeno dalla fine del Quattrocento all'edizione del Vandelli del 1921? Da un punto di vista filologico essa pare un ibrido fra tradizione toscana occidentale (b secondo Petrocchi, ossia Ash Ham) per l'Inferno; e tradizione parm/Cento per Purgatorio e Paradiso. L'anonimo copista, cui si devono - oltre a Cha e Vat, a testo in Petrocchi - anche altre cinque Commedie, parrebbe non originario di Firenze, ma stabilitosi nel capoluogo toscano intorno alla metà del Trecento (precisamente dal 1340 circa al 1360/70), e qui entrato in contatto con Boccaccio, del quale divenne una sorta di "copista di fiducia", cui rivolgersi per procurarsi gli antigrafi della sua personale edizione. Da qui il nome di "amico del Boccaccio", proposta da chi scrive, nell'attesa di individuare o meglio precisare i contorni biografici di questo importante copista di Dante.

lunedì 25 marzo 2013

Convegno su Boccaccio del Centro Pia Rajna


In quest'anno 2013, ricorrenza del centenario boccacciano (1313-2013), i convegni sull'autore del Decameron non mancano di certo: dopo quello di Ferrara organizzato da Sandro Bertelli, di cui si è data notizia anche in questo blog, segnalo adesso un nuovo appuntamento, questa volta organizzato dal Centro Pio Rajna di Roma nella persona del Presidente Prof. Enrico Malato, in collaborazione con l'Ente Nazionale Giovanni Boccaccio. Il convegno si terrà a Roma, presumibilmente nei locali del Centro Rajna, nei giorni 28, 29 e 30 ottobre prossimi. Il programma delle relazioni e dei convegnisti, com'è ovvio che sia, è ancora in fieri, ma qui potete trovare un programma temporaneo dei lavori.

venerdì 22 marzo 2013

Le eresie medievali

Il rogo di un eretico in una miniatura del XV secolo
« Voi chi dite ch’io sia? » (Matteo 16, 15): è la famosa domanda che Gesù rivolge ai suoi discepoli; e anche fra gli apostoli le idee divergono. Per tutto il Medioevo e oltre, la Chiesa come istituzione, insieme alla comunità dei fedeli, non ha mai cessato di interrogarsi sul mistero della natura del Cristo, del suo rapporto con il Padre nel quadro della Trinità, e, in genere, sulla stessa istituzione Chiesa. Le risposte, nel corso dei secoli, sono state altrettanto molteplici quanto le risposte degli apostoli a Gesù, e in nome di tali opposte visioni si sono combattute diatribe dialettiche, ma anche guerre all'ultimo sangue. La parola eresia, dal greco hairesis, vuol dire ‘scelta’, tipica per esempio delle diverse scuole filosofiche, scelta però ovviamente non consentita nell'ambito delle verità rivelate che sono tali in sé e per sé. Scisma invece (dal greco schisma, ‘divisione’) indica la lacerazione della comunità della Chiesa che non riguarda direttamente il deposito della fede ma il rapporto con l’autorità della Chiesa. Nel Medioevo diverse eresie e non pochi scismi si sono alternati nel panorama cristiano, più o meno combattuti e respinti, prima della lacerazione definitiva con la grande Riforma luterana del XVI secolo. 
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mercoledì 20 marzo 2013

L'arte paleocristiana: la pittura delle catacombe e la nascita dell'allegoria

Il buon Pastore (Roma, Catacombe di Priscilla)
Dopo l'Editto di Costantino del 313 e, definitivamente, con l'Editto di Tessalonica emanato da Teodosio nel 380, al Cristianesimo ufficiale si spalancano le porte della produzione e della committenza di opere d'arte. Come è ovvio che sia, però, nella storia non si procede mai per fratture nette, ma per letti smottamenti, pressoché impercettibili anche all'occhio più attento. L'arte cristiana così, piuttosto che crearsi ex novo un proprio repertorio figurativo distinto nettamente da quello pagano, preferisce pragmaticamente mantenere quest'ultimo, rivisitandolo e reinterpretandolo alla luce del nuovo messaggio cristiano. Tale procedimento spalanca le porte all'allegoria, metodo interpretativo per antonomasia della primissima arte paleocristiana, e poi del periodo medievale in genere: essa nasce, pertanto, da un oggettivo stato dell'arte del tempo, caratterizzato appunto dalla necessità di dare nuovi significati a vecchi significanti, nuovi contenuti a forme passate e sorpassate del paganesimo. Questa innata tendenza è poi accentuata dalla vocazione aniconica di molte religioni, Cristianesimo non escluso (almeno quello delle origini), che spinge ad evitare la rappresentazione diretta di immagini divine, nel caso specifico di Gesù, sostituendole con immagini simboliche o con scene di vita reale ma da interpretare sul piano di un livello secondario: dal letterale all'allegorico, appunto.

lunedì 18 marzo 2013

Papa Francesco I: pro e contro


E' sempre difficile, soprattutto da parte di chi è cattolico, discutere dei pro e dei contro di un papa, all'indomani della sua elezione; al di là del credito che si può accreditare sulla fiducia allo Spirito Santo, è però indubbio -e sarebbe sciocco far finta di niente- che non si può non tener conto delle reazioni del mondo e di una società globalizzata che negli ultimi tempi ha focalizzato la potenza dei media sulla Chiesa Cattolica.
Partiamo dai pro. Da molte voci è stata sottolineata da subito l'umiltà del nuovo papa: non si è presentato al balcone di S. Pietro con la tradizionale mozzetta rossa, ha rifiutato di sedersi in trono e di indossare le eleganti scarpe rosse papali, ha preferito una croce pettorale semplice rispetto al tradizionale crocione d'oro; e da ultimo ha preferito rientrare nella Casa del Clero, insieme agli altri cardinali, pagando anche il conto del soggiorno. Insomma il tutto all'insegna del nome pesante che si è imposto, quel "Francesco" che -a maggior ragione perché mai usato nella pur millenaria storia della Chiesa romana- rappresenta una sorta di fardello su cui si concentrano tutte le aspettative di rinnovamento ecclesiale.

sabato 9 marzo 2013

Un papa francescano?


Mai come in questa tornata del Conclave i media si sono scatenati nel "toto-papa", tesi nello sforzo supremo di anticipare il futuro prossimo papa di Santa Romana Chiesa. Ciò deriva sopratutto dal momento particolarmente delicato che sta attraversando la Chiesa cattolica, oltre che dall'inesistenza di veri favoriti, o "candidati forti" come dir si voglia, cosa che non era accaduta al momento dell'elezione di papa Ratzinger, in cui gli schieramenti e le posizioni erano ben visibili anche dall'esterno. Divisi quindi fra "conservatori" e "progressisti", fra "italiani" e fautori di un "papa straniero" (africano, asiatico o sudamericano), -oltre all'imponderabile soffio dello Spirito Santo-, ecco che mai come questa volta la scelta del papa veleggi nella più totale incertezza.

mercoledì 2 gennaio 2013

Marcello Veneziani e il "New Realism" di Maurizio Ferraris


Marcello Veneziani, in un articolo recente su Il Giornale, pubblicato l'ultimo dell'anno, è intervenuto nel dibattito sul "New Realism" di Maurizio Ferraris, sollevando in merito qualche riserva. La prima riserva è sull'obiettivo polemico del New Realism, ossia il postmoderno di Gianni Vattimo, definito "un interlocutore troppo debole e sfuggente", "un epigono" troppo piccolo rispetto ai suoi predecessori: Veneziani ricorda, in particolare, che il sogno dell'"abolizione della realtà" percorre come un filo rosso tutta la modernità, a partire da Marx e Engels, per il quale "tutto ciò che esiste merita di perire", e laddove i fatti divergano dal progetto "tanto peggio per i fatti". La seconda obiezione è che per Ferraris, secondo Veneziani, bisogna sì ripristinare la realtà e l'oggettività contro le demistificazioni e le derive soggettivistiche del postmoderno, ma la realtà cui Ferraris alluderebbe è presentata come un qualcosa di negativo, da cui urgerebbe emanciparsi (Veneziani cita, fra gli esempi di Ferraris, la realtà della mafia, della Shoah, di Berlusconi e in genere dei populismi politici). In quest'ultima critica, mi pare, è certamente da ravvisarsi in Veneziani più che una riserva filosofica, una riserva di tipo politico: come Veneziani ricorda, il New Realism nasce -almeno a livello divulgativo e mass-mediatico- con "uno sponsor come La Repubblica e un testimonial come Eco", vale a dire risulta un'operazione culturale spostata "a sinistra".