domenica 30 settembre 2012

Agosto-Settembre 2012


Settimana 18/26 agosto 2012

La libertà non c'entra: le Pussy Riot se la sono cercata (Libero, 18 agosto 2012)

Settimana 27 agosto/02 settembre 2012

E. Galli della Loggia, Il valore della cultura e lo scempio italiano (Corriere della Sera, 27 agosto 2012)

                  Settimana 02 settembre/09 settembre 2012

M. Veneziani, Banconote vs. cardite di credito (Il Giornale, 8 settembre 2012)
Le città privatizzate in Honduras (Corriere della sera, 8 settembre 2012)
P. Battista, Il ritorno della Patria (Corriere della sera, 8 settembre 2012)
Casaleggio, l'eminenza grigia del M5S (Repubblica, 8 settembre 2012)
Festival internazionale di cultura ebraica (Il Giornale, 7 settembre 2012)
Philip Roth contro Wikipedia (Corriere della sera, 7 settembre 2012)
L'anima? E' solo un'illusione (Corriere della sera, 6 settembre 2012)
La sinistra mondiale intollerante con i diversi come Cleant Estwood (Corriere della sera, 6 settembre 2012)

                Settimana 10 settembre/16 settembre 2012

B. Spinelli, Tra libertà e responsabilità (Repubblica, 14 settembre 2012)
Gabriele Centazzo e l'appello per un nuovo Rinascimento italiano (Wired, 14 settembre 2012)
La crisi economica ci affligge, quella spirituale ci uccide (Totalità, 14 settembre 2012)
M. Veneziani, Lasciamo i popoli al loro destino (Il Giornale, 14 dicembre 2012)
Luttwak, Inutile dialogare con l'Islam (Il Giornale, 14 settembre 2012)
Brutta, vecchia e inchiodata: la scuola è lo specchio del paese (Libero, 13 settembre 2012)
E. Galli della Loggia, Un partito allo specchio (Corriere della Sera, 12 settembre 2012)
Il crescente successo della filosofia analitica (La Stampa, 12 settembre 2012)
Indagini sul misterioso "staff" di Beppe Grillo (La Stampa, 12 settembre 2012)
Hollande dice sì alle adozioni da parte dei gay (La Stampa, 12 settembre 2012)
Il pregiudizio negativo contro il papa sul web (La Stampa, 11 settembre 2012)

Settimana 24 settembre/30 settembre 2012

Quando i film italiani sorpassavano tutti (Il Giornale, 30 settembre 2012)
E. Galli della Loggia, Chi ha paura di Gianburrasca (Corriere della Sera, 30 settembre 2012)
I 60 anni della celebre collana Urania (Il Giornale, 29 settembre 2012)

Eschilo, Agamennone

La cosiddetta "maschera di Agamennone"
scoperta a Micene da Heinrich Schliemann
(1600 a. C. circa)
L'Agamennone è il capolavoro di Eschilo, la prima opera della trilogia cosiddetta Orestea, insieme alle Coefore e alle Eumenidi. In essa troviamo esplicitati i concetti cardine della visione eschilea della realtà, espressi in immagini robuste e potenti. Innanzitutto la visione di una "necessità" nell'ordine del mondo, che i Greci chiamano anànche e i Romani Fato, a cui tutti, uomini e dèi, devono inevitabilmente cedere: "Immerse il collo nel collare della necessità", scrive il poeta (cito nella classica traduzione di Manara Valgimigli, da ultimo in Tutte le tragedie di Eschilo, Roma, Newton Compton 1994). Sul destino degli uomini dominano comunque gli dèi "che saldamente seggono al sacro timone del mondo": "Ahi ahimè, tutto muove da Zeus, di tutto è artefice Zeus, di tutto è causa; niente si compie fra gli uomini senza il suo volere, niente avviene che non sia da lui stabilito". Nei confronti degli dèi pertanto è saggezza da parte dell'uomo nutrire un venerando rispetto: "chi con cuore devoto canti epinici a Zeus, questo soltanto avrà colto suprema saggezza". Purtuttavia non c'è da farsi illusioni sulla sorte dell'uomo: "Le vie della saggezza Zeus aprì ai mortali, facendo valere la legge che sapere è soffrire". La verità da parte dell'uomo, insomma, è quasi un obbligo morale, un dovere da assolvere inevitabilmente, ma con l'amara consapevolezza che scoprirla significa squarciare il velo su una realtà di dolore: "Buono e vero disgiunti facilmente si scoprono".

"Cesare deve morire" di P. e V. Taviani (Italia, 2012)

Locandina Cesare deve morire

Gran bell'opera, geniale l'idea e anche lo sviluppo, ma non è un film. Se non si chiarisce preliminarmente ciò si corre il rischio di incorrere in un errore metodologico, che a sua volta può comportare il pericolo di fraintendere l'opera, oltre che di rimanerne delusi. Non so qual è l'idea in merito dei fratelli Taviani, ma la dicitura "Film" che campeggia sulla locandina ufficiale non aiuta, è errata e fuorviante; e credo personalmente che compaia semplicemente per una scelta pratica (inconsapevole) ovvero di logica commerciale (consapevolissima). Quando ieri sera sono andato al cinema mi aspettavo di vedere un film, e così come me, devo supporre (ma la probabilità in tal senso è molto alta), un gran numero di spettatori. Col risultato, allo scorrere dei titoli di coda, di rimanere decisamente perplessi. Non ho assistito dunque a un film ma a un documentario: un grande, geniale, splendido documentario, ma pur sempre un documentario. Non un film. E' essenziale chiarirlo. Sarà stato forse perché erano le undici di sera, ma tutti (e sottolineo tutti) i miei compagni di poltrona ai titoli finali avevano gli occhi a palle, evidentemente per mantenere alto lo sforzo di attenzione. Vedere un film alle undici di sera è un conto, altro è vedere un documentario... Al di là però delle battute, è ovvio che ci muoviamo tecnicamente su piani diversi di genere cinematografico: il film documentario o semplicemente -proprio per non creare ambiguità- documentario, si inserisce in un filone storico ben distinto dal film tout court, ed ha caratteristiche sue proprie, oltre che un proprio linguaggio e delle finalità ben specifiche. Da qui la necessità di non confondere i due generi, pena impigliarsi in un corto circuito interpretativo. La presente è dunque la recensione a un documentario, non a un film.

martedì 25 settembre 2012

"Il rosso e il blu" di Giuseppe Piccioni (Italia, 2012)

Locandina Il rosso e il blu

Riccardo Scamarcio prof di italiano in un liceo della capitale? La cosa fa certamente sorridere: oltre all'improbabilità in sé della cosa, è lo stesso attore pugliese a ironizzare sulla sua versione intellettuale, dichiarando in un'intervista ufficiale di essere stato a scuola "un vero disastro". Detto questo, da Nietzsche a Gadamer, la filosofia dell Novecento ha riconosciuto un certo valore epistemologico al pregiudizio (contro tutta la tradizione illuministica), sicché, armato dei miei bravi pregiudizi, sono andato a vedere il film con un gruppo di prof... con risultati sorprendenti (se non altro per me).
Il film ruota principalmente intorno a tre personaggi e alle loro tre (differenti) storie: la preside del liceo Giuliana (Margherita Buy), il disilluso prof di storia dell'arte Fiorito (Roberto Herlitzka) e ovviamente lui, la star pugliese Riccardo Scamarcio alias professor Prezioso (nomen omen dicevano i filosofi medievali). La preside è al centro di una vicenda che vede l'abbandono da parte di una madre immatura (che non cucina e nemmeno fa la spesa perché non ne è capace...) del figlio adolescente (Brugnoli, l'attore Davide Giordano), il quale finirà così per aggrapparsi alla sua preside quasi vedendo in lei quella figura materna che non ha mai potuto avere. Se la linea psicologica -per così dire- è evidente nel ragazzo, interessante è invece assistere all'evoluzione della donna, non-mamma per scelta (da lei stessa dichiarata al ragazzo nel finale in un momento di intensa partecipazione emotiva quando fra i due sono cadute le barriere). La figura del professor Fiorito, invece, merita un solo aggettivo: "geniale". Con un solo neo, in verità: personalmente l'avrei visto più come docente di filosofia, i quali (lo dico con una certa esperienza) sono intrinsecamente dotati di quello spirito caustico che fa loro sovente avere uno sguardo disilluso e disincantato sul mondo; laddove i docenti di storia dell'arte -non me ne vogliano- sono decisamente più estrosi e pieni di quel brio da artista che fa loro assumere un atteggiamento tutto sommato positivo nei confronti della vita. Insomma l'apollineo della ragione contro il dionisiaco dell'arte. E nel film Fiorito è decisamente apollineo, di una razionalità lucida, fredda e distaccata.

domenica 9 settembre 2012

La morte come limite ultimo dell'uomo

Trionfo della Morte (Palermo, Palazzo Sclafani)

Est modus in rebus,sunt certi denique fines 
quos ultra citraque nequit consistere rectum.
[C'è una misura in tutto, ci sono limiti certi
al di là e al di qua dei quali non può sussistere il giusto]
                                                 (Orazio, Satire I 1, 106-107)

L'uomo è per definizione un essere limitato, ed è questo che ontologicamente lo distingue da Dio. Tutti i saggi antichi, dai tragici greci ai poeti (come nell'esempio Orazio) riconoscono nell'uomo questo limite che lo inchioda a una realtà ineluttabile in quanto non modificabile. Il riconoscimento di tale limite è, da un punto di vista religioso, presa di coscienza di una realtà superiore che travalica l'uomo; mentre da un punto di vista pratico è semplicemente presa d'atto dettata da buon senso. Tale limite, connaturato quindi intimamente e inestricabilmente all'essere homo, non può essere trasceso, per definizione. L'uomo saggio accetta il suo limite naturale e lo accetta. Lo sciocco invece, o il folle, parla di emancipazione, laddove tale pretesa non ha luogo di essere, e vaneggia di superare i limiti imposti all'uomo, in un'assurda quanto improponibile lotta dell'uomo contro la realtà.