mercoledì 29 agosto 2012

Eschilo e la tragedia greca


Eschilo (525 a.C. - 456 a. C.)
Perché leggere un "classico" oggi? Ognuno si dà -e si è dato nella storia- la sua risposta. Io da buon nostalgico del tempo che fu vedo nei classici un forte modello culturale, spesso da contrapporre al paradigma contemporaneo postmodernista, ossia relativistico-nichilistico. Un testo antico, oltre che "fatto culturale", è -in quanto tale- portatore e veicolo di trasmissione della cultura che lo ha prodotto, quindi della società, della mentalità, dell'ideologia di base che lo hanno ispirato. E nel caso dell'antica civiltà greca dell'età arcaica -almeno, quella ufficialmente al potere- il quadro che ne viene fuori è quello di una cultura dai valori sociali, morali e politici in ogni caso "forti", piantati saldamente sul terreno e non esposti al vento del relativismo e dello scetticismo denigratore. Leggendo quei testi, osservando le antiche sculture e opere d'arte, respiri e quasi tocchi con mano i pensieri degli uomini che li hanno plasmati: e ne rimani prigioniero.
Eschilo è il primo dei tre grandi tragici greci e quello più "arcaico", quello cioè in cui più traspare il senso del tragico secondo i Greci, che in Euripide (l'ultimo dei tragediografi) scadrà fino a risolversi in dramma. La tragedia, diversamente appunto dal dramma, ha un solido impianto metafisico: il dolore, la sofferenza dei protagonisti, non sono provocati per es. da lotte o contrasti fra uomini (questo è il dramma), ma sono la necessaria conseguenza di una colpa originaria, di un peccato da parte dell'uomo (generalmente di ùbris), che gli dèi poi puniscono, sia pure di generazione in generazione.

sabato 25 agosto 2012

"In Time" di Andrew Niccol (USA 2011)

Locandina italiana In Time

Metto subito le mani avanti: l'idea sviluppata dal film è buona ma la sua realizzazione pratica non mi pare altrettanto, e il tutto alla fine, fra inseguimenti, sparatorie e colpi di teatro, si risolve -ahimè- nel classico "polpettone" americano. L'idea buona è quella di fare un film sul valore del tempo, valore che di per sé oggi (nella società capitalistica) assume un'importanza fondamentale, ma che nell'immaginaria società del futuro ipotizzata da Andrew Niccol  arriva addirittura a rimpiazzare il denaro (del resto "il tempo è denaro" sentenziavano i miei cari antichi).
In un'epoca imprecisata del futuro la società è bipartita fra una casta di ricchi (ora si vedrà in che senso) e una di poveracci costretti a vivere alla giornata. I "dominati" possono vivere al massimo 25 anni: tutti infatti sono provvisti di un orologio biologico -ben visibile con i suoi caratteri digitali impressi sul polso di ognuno- che fin dalla nascita regola geneticamente l'età di vita a disposizione; al raggiungimento del venticinquesimo compleanno l'orologio biologico si azzera e inizia un inquietante conto alla rovescia della durata di un anno, l'ultimo a disposizione prima della morte per collasso interno. Ciascuno al massimo può prolungare la sua vita se riesce nell'impresa di ottenere (o rubare) tempo, in qualsiasi modo. I ricchi invece sono i privilegiati che vivono in una zona a parte della città, isolata da cinte di mura e passaggi sorvegliati, avendo ciascuno a disposizione migliaia di anni singolarmente. Il sistema però entrerà in crisi grazie al giovane Will Salas (Justin Timberlake) che dopo aver fatto innamorare di sé la bella Sylvia Weis (Amanda Seyfried), figlia di un ricchissimo "banchiere del tempo", darà vita a una spericolata coppia di novelli Bonnie e Cliyde che in nome della giustizia sociale ruberanno -tempo- ai ricchi per darlo ai poveri.

domenica 19 agosto 2012

Il filosofo Maurizio Ferraris presenta il suo "Manifesto del nuovo realismo"


Maurizio Ferraris, ordinario a Torino di Filosofia teoretica ha dato l'avvio a un interessante dibattito fra nuovo realismo -da lui rappresentato- e il postmodernismo del pensiero debole: il punto d'avvio è stato un suo articolo su Repubblica dell'8 agosto 2011, dal titolo significativo di Ritorno al pensiero forte; cui ha fatto seguito, sullo stesso giornale del 19 agosto 2011, uno stimolantissimo dialogo botta e risposta fra lo stesso Ferraris e Gianni Vattimo, il padre del pensiero debole; e da lì è partita una lunga querelle che ha visto l'intervento di molti filosofi e opinionisti di diversa estrazione. Finalmente, nel marzo 2012 (in contemporanea a un congresso tenutosi a Bonn dal 26 al 28 marzo), è uscito per i tipi di Laterza, il Manifesto del nuovo realismo di Ferraris, il quale ha poi illustrato il suo volume, in data 10 maggio 2012, in un video realizzato per l'ottimo portale Filosofia della RAI Educational.
Nel video in questione il filosofo torinese sintetizza brillantemente i cardini del suo pensiero. Innanzitutto Ferraris sottolinea che il nuovo realismo si oppone significativamente al postmodernismo il quale, nato da posizioni di sinistra sul finire degli anni '70 (J. F. Lyotard, La condition postmoderne), si poneva in origine come obiettivo l'emancipazione dell'uomo, in particolare da tutte le costruzioni storiche e sociali frutto delle logiche di potere e di classe. Il postmodernismo, che definisce la realtà come costruita dai nostri schemi concettuali, dal nostro pensiero e dalle nostre ideologie, conduce però inevitabilmente a un esito nichilistico, riassunto dal motto nietzschiano per cui "non ci sono fatti ma solo interpretazioni".

venerdì 17 agosto 2012

R. Benigni, "Il mio Dante. Con uno scritto di Umberto Eco", Torino, Einaudi 2008


Il libro è un'agile presentazione del Dante secondo Benigni fatto conoscere agli italiani -e non solo- nelle affollatissime letture pubbliche di piazza, sbarcate poi, sull'onda del loro enorme successo, in diretta TV sui canali della RAI. La lettura di Dante fatta di Benigni -sgombriamo subito il campo- è una lettura "popolare", nel senso neutro di "divulgativa"; Benigni cioè non è -come invece da talune parti si vorrebbe far credere- un fine intellettuale che spiega al popolo (nel senso  di grande pubblico non specialistico) le sottigliezze teologiche del poema dantesco; ma il comico toscano si pone come unico obiettivo quello di veicolare al pubblico la potenza immaginifica ed espressiva della poesia dantesca, al di là quindi delle complessità e delle interpretazioni filosofiche e teologiche a cui essa può dare adito. Crocianamente potremmo affermare che la lettura di Benigni è limitata alla poesia, accantonando (sebbene diversamente da Croce non eliminando del tutto) la sovrastruttura del pensiero a base di quella. Benigni, in pratica, cerca di trasmettere al pubblico la bellezza della poesia di Dante, le forza dei sentimenti sprigionati dai personaggi, il senso potente e drammatico dei suoi versi; il tutto condito da una grande interpretazione (da attore premio Oscar, appunto) dei versi del poeta fiorentino: una lettura espressiva, cadenzata, rispettosa dei ritmi e delle pause dei versi (per esempio nel rispetto delle fratture marcate dagli enjembements). Ma è appunto, la sua, una lettura divulgativa, per tutti, e non si può pretendere il puntiglio della filologia: sarebbe un errore metodologico, semplicemente sono due piani differenti e distinti, e quindi non confrontabili.

La battaglia per il Realismo

J. Howard Miller, We can do it, poster (1943)
utilizzato spesso come icona del femminismo
La battaglia per il Realismo in filosofia deve essere la battaglia della vita: l'esistenza di una realtà esterna oggettiva, indubitabile, indipendente dal soggetto conoscente è la buona battaglia combattuta in nome dell'esistenza di una Verità oggettiva nel mondo, a prescindere dal punto di vista relativistico dei diversi osservatori conoscenti che la percepiscono. Esse non est percipi: l'esse è indipendente dal percipi. "Realismo e Verità" (titolo di un'opera di Devitt del 1991) deve essere il punto di riferimento imprescindibile di una visione "forte" dell'universo, in contrapposizione al relativismo imperante nella società occidentale contemporanea. Realismo significa infatti ammettere che la realtà è così e non può essere altrimenti, per quanto l'uomo protesti o si affanni a ritagliarsi un ruolo risibilmente "semidivino", se non proprio in sostituzione di Dio: la natura è immutabile, e l'uomo ne fa parte. Esiste quindi una Verità e una sola Realtà che l'uomo non può intaccare. Da un punto di vista etico ciò presuppone l'esistenza di valori morali assoluti e non modificabili: ad esempio il maschio è maschio, geneticamente distinto dalla donna; da cui l'assurdità (nel senso di contro-senso fuori dalla realtà) di ogni pretesa legislativa di equiparazione fra matrimonio etero e gay (ma ciò non implica il non riconoscimento di sacrosanti diritti civili), ovvero di femminismo (pari diritti fra uomo e donna è un conto, altro è credere che i due termini siano intercambiabili tout court, come si assiste sempre più frequentemente oggi nella nostra società). 
Il Realismo insomma deve essere la leva che scardina il meccanismo materialistico della società contemporanea. Il nemico, padre nobile di ogni relativismo, è l'Idealismo in tutte le sue forme: dall'idealismo romantico (Fichte, Schelling e l'idealismo assoluto di Hegel) a quello novecentesco di un Croce o di un Gentile, fino alla fenomenologia trascendentale di un Husserl; ma compreso anche (Kant docet) l'idealismo di matrice empirista, quale quello di Berkeley, o quello meccanicista di un Cartesio. 
Realismo ovvero anti-Idealismo: questa la chiave di volta in filosofia contro il mondo moderno.

giovedì 16 agosto 2012

Una vita senza rimpianti

Clusone (BG), Oratorio dei Disciplinati, Trionfo della morte (1485)

                                          Er tutto è nnun tremà cquanno se more
                                [Il tutto (l'importante) è non tremare quando si muore]
                                                                    (G. G. Belli, La bbona nova, v. 14)

Il momento finale della vita è stato da sempre al centro della riflessione da parte delle culture più diverse: nella società occidentale contemporanea, come ha mirabilmente discusso lo storico francese Philippe Ariès nel celebre volume Storia della morte in Occidente, l'atteggiamento più diffuso è la rimozione; la morte è un tabù -come una volta lo era il sesso- di cui non è bene parlare. Per l'uomo contemporaneo pertanto, l'atteggiamento nei confronti della morte è l'indifferenza, per scelta, scaramanzia o inconsapevolmente; ovvero spesso la paura, per i pochi che hanno ancora il coraggio di una sana meditatio mortis. Sul piano religioso la questione è ambigua: da un lato la morte è la "porta verso l'eternità", il punto di passaggio per l'agognato incontro con Dio, e come tale Francesco d'Assisi tesseva le laudi di "sora nostra morte corporale", e ancora oggi ai funerali irlandesi segue una cena o una bevuta al pub per festeggiare il morto; dall'altro lato la morte è il momento del giudizio, della sentenza di assoluzione o di condanna senz'appello per l'eternità, momento di vero e proprio terrore (si pensi al Dies irae, anche nell'ultima versione di Mozart),  e ciò soprattutto nella religiosità protestante, incline ad esasperare il peccato dell'uomo e la visione di Dio come rex tremandae maiestatis.

mercoledì 15 agosto 2012

Carpe diem

                      
                              Ille potens sui
   laetusque deget cui licet in diem
                               dixisse: "Vixi".
                           [E' padrone di sé
    e vivrà felice colui che potrà dire 
               ogni giorno: "Ho vissuto"]
                          (Orazio, Carmina III, 29, vv. 41-43)   

La vita è preziosa e non un solo attimo di essa può essere sprecato. Da qui l'importanza del fattore "tempo": bisogna vivere la vita attimo dopo attimo, assaporandone ogni goccia come quando si beve da una coppa un vino prezioso; godendone ogni secondo, come se fosse l'ultimo a disposizione prima del saluto definitivo. La sera, prima di sprofondare nelle braccia del dio Morfeo, ciascuno di noi dovrebbe sinceramente chiedersi, guardandosi nel fondo dell'anima: "Ho davvero vissuto oggi? Non ho sprecato per caso la mia giornata"? Solo così, con la consapevolezza di aver davvero vissuto, si può dormire in pace il "sonno del giusto". Ma vivere veramente non significa l'essere stati a qualche party, o essersi divertiti punto e basta: la prospettiva andrebbe decisamente allargata oltre il mero soddisfacimento egoistico: "ho fatto qualcosa di buono, oltre che per me, anche per gli altri?"; "ho realizzato qualcosa di utile?". Il sacrosanto invito al carpe diem deve pertanto assumere una dimensione di responsabilità, morale e sociale, che solo possono pienamente giustificarlo. Vivere bene con se stessi, con gli altri, e per gli altri: questo vuol dire non sprecare la propria vita.

mercoledì 8 agosto 2012

Vicino e lontano

Per molti anni
a caro prezzo,
viaggiando attraverso molti paesi,
andai a vedere alte montagne,
andai a vedere grandi oceani.
Soltanto non vidi,
dallo scalino della mia porta,
la goccia di rugiada scintillante
sulla spiga di grano.
      (R. Tagore, Poesie del prodigio, 32)  


In un'epoca come la nostra, in cui viaggiare è cosa relativamente facile e alla portata di tutti, c'è il rischio di volare all'altro capo del mondo alla ricerca di chissà che, e poi semplicemente non ci si fa caso alle cose preziose e alle bellezze che abbiamo a portata di mano, appena oltre il gradino della nostra casa. Così una volta una ragazza di Torino mi disse di essere stata più volte a New York e di ignorare completamente il Piemonte che era casa sua. Il posto migliore affinché le cose ci sfuggano è piazzarle sotto i nostri occhi: la lettera di Auguste Dupin. Prima di soccorrere chi è lontano, cominciamo dal nostro prossimo, da chi ci sta vicino. Prima di affrontare le cose più difficili, partiamo da quelle a portata di mano. Chi rivolge lo sguardo al lontano orizzonte e ignora il pozzo vicino ai suoi piedi è destinato a cadervi dentro.

martedì 7 agosto 2012

Le ferite che non si rimarginano


Il notissimo marciatore Alex Schwazer, dopo un controllo a sorpresa effettuato dalla WADA (l'agenzia mondiale antidoping) il 30 luglio a Oberstdorf in Germania (residenza della fidanzata Carolina Kostner), è risultato positivo all'EPO (eritropoietina), con il risultato della sospensione immediata dell'atleta dai giochi olimpici, peraltro da lui già vinti (medaglia d'oro) nella precedente edizione di Pechino 2008. Fino ad oggi volto pulito dell'atletica, quello del carabiniere altoatesino Schwazer era anche l'emblema della popolazione di lingua tedesca che si sentiva finalmente anche italiana (memorabile la sua sfilata a Pechino avvolto nel tricolore), e la sua rovinosa caduta rappresenta una ferita difficilmente rimarginabile nella storia dello sport italiano.
A ciò si aggiunga che colpisce al cuore le Olimpiadi, la cui storia è piena di episodi leggendari: a partire dall'invenzione della maratona, nata quando, nel 490 a.C., il famoso generale ateniese Milziade incaricò il soldato Fidippide (o Filippide), famoso fra i suoi come grande corridore, di portare in patria la notizia dell'avvenuta vittoria contro i persiani nella pianura di Maratona, la quale distava da Atene circa 42 chilometri. La storia narra che Fidippide, pur di recare ai suoi compatrioti la lieta novella, percorse tutto d'un fiato il tragitto senza mai fermarsi e, dopo aver annunciato agli ateniesi la sola parola Νενικήκαμεν (Nenikèkamen, 'abbiamo vinto'), crollò al suolo e morì per lo sforzo compiuto (o, secondo altri, per il caldo eccessivo).