venerdì 27 aprile 2012

Poesie di Sandor Petöfi



Sandor Petöfi (1823-1849) è considerato il poeta nazionale dell'Ungheria. Quando in effetti Petöfi parla dell'Ungheria, nelle sue poesie, gli occhi gli si illuminano e gli accende il cuore: tutto della sua Patria gli par bello, e tutto di lei descrive con accenti di sincera e profonda commozione. L'Ungheria è cantata da Petofi in tutte le sue bellezze paesaggistiche: l'Alföld, la grande pianura verdeggiante; e la puszta, l'immensa prateria dove il poeta ama fare lunghe cavalcate a briglia sciolta. Intimamente connesso all'amore per la sua terra è anche il tema della libertà, intesa dal poeta come lotta di liberazione del suo paese dalla dominazione austriaca, spalleggiata dalla Russia. "Patria e Libertà fino alla morte": questo potrebbe essere sinteticamente il motto di Sandor Petöfi; questo il messaggio che ne può trarre l'uomo di oggi e, soprattutto, quello di domani. E alla sua amata Patria, infatti, Petöfi sacrificherà davvero la vita, il 31 luglio 1849, cadendo in battaglia a Segesvàr (l'attuale Sighisoara, in Romania) -sebbene il suo corpo, misteriosamente, non fu mai ritrovato-, ad appena 26 anni. Nell'adesione carne e sangue alla sua terra, Petöfi aveva scritto ne L'Alföld, uno dei suoi testi più belli: qui sono nato; / qui su di me sia ammucchiata la terra del sepolcro.
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mercoledì 18 aprile 2012

Pär Lagerkvist, Poesie


Pär Lagerkvist (1891-1974), premio Nobel per la letteratura nel 1951, è conosciuto soprattutto come scrittore, ma è stato anche grande poeta. Autodefinitosi lui stesso "ateo religioso" e "credente senza fede", ossessionato dalla paura della morte e dal senso di transitorietà di tutte le cose, Lagerkvist nelle sue opere è alla costante ricerca di Dio, come di chi non si rassegni intimamente al buio dell'universo e alla certezza del nulla proclamate dalla ragione, e assilli continuamente la sua anima -e quella del lettore- con domande angosciose sul senso dell'esistenza e sul ruolo dell'uomo nel mondo. Nelle sue poesie è presente il tema della morte associato al mistero insondabile di Dio, attraverso frequenti immagini al cielo notturno trapunto di stelle, al viaggio della vita inteso come pellegrinaggio o al tramonto del giorno che si spegne nell'attesa (una speranza?) di rinascita nell'alba (una vita dopo la morte). Secondo Lagerkvist la presenza di Dio non va ricercata fuori di noi, ma, agostinianamente, in interiore hominis habitat Veritas«Dio non esiste», egli afferma, «ma quando saremo tutti degni di lui, Egli verrà, non da fuori, ma dall'interno di noi». Un grande maestro dello spirito.
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martedì 17 aprile 2012

Perché sono spiritualista (o meglio, dualista)

Noi non possiamo rassegnarci all'animalità dell'uomo. L'uomo non può essere solo una bestia. Egli è corpo e cervello, carne e pensiero, nel linguaggio informatico: hardware e software. Se l'uomo fosse soltanto sangue e nervi, sarebbe bestia, una come le tante, una fra le tante; se fosse soltanto mente e pensiero, ossia anima, sarebbe un angelo (è la presenza di un'anima, del soffio eterno della vita cui si allude, da un punto di vista religioso, con l'espressione essere fatti a immagine e somiglianza di Dio, che corpo non è). L'uomo non è né bestia né angelo. E' entrambe le cose insieme e nessuna di esse singolarmente. E se l'uomo fosse solo materia, per la materia dovrebbe vivere: mangiare, bere e dormire, e forse fare l'amore (bisogni essenziali e necessari dell'uomo: Epicuro). Se la mente dell'uomo (e il suo prodotto, che è il pensiero) si identificasse tout court con il cervello (nel senso di organo costituito da cellule nervose) l'uomo non sarebbe libero. Il comportamento dell'uomo e ogni sua scelta sarebbero un'illusione per nascondere la risposta necessaria e obbligata a un determinato input nervoso. L'assassino, lo stupratore, il dittatore non sarebbero responsabili delle loro azioni: obbediscono a un cieco impulso delle loro cellule nervose! Questo predicano oggi certi corvi che si spacciano per uomini di scienza! Vogliono uccidere la libertà dell'uomo nell'uomo! Farne uno schiavo senza volontà! Un essere privo di responsabilità morale e civile! Ma io lascerei a certa società contemporanea questo gretto materialismo! Bisogna predicare la rivolta contro questa società contemporanea gretta e materialista (Julius Evola)! Io credo nella libera volontà dell'uomo! Io agogno alla libertà dello spirito contro la schiavitù della materia! Io voglio essere libero! Fino in fondo!
Io credo nello spirito! Per questo sono spiritualista! 
Io credo nel corpo e nello spirito! Per questo sono dualista!

lunedì 16 aprile 2012

Renato Serra (1884-1915)


A pochi anni dalla ricorrenza del centenario dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale (28 luglio 1914) il capolavoro di Serra, l'Esame di coscienza di un letterato (scritto nel 1915 alla vigilia della partenza dell'autore per il fronte, da dove non fece più ritorno) rivela tutta la sua prepotente attualità e originalità filosofica. Un libricino, quello di Serra, tanto piccolo nella mole quanto geniale nella sostanza. Una disanima lucida e spietata del fenomeno della guerra: irrazionale, inutile, che non riscatta né redime; ma cui nessuno si può sottrarre -e chi esercita la professione di letterato meno che gli altri- per spirito di dovere nei confronti della storia e della società, e per solidarietà e fratellanza nei confronti degli uomini. La guerra come sacrificio e "religione del dovere" portata fino alle sue conseguenze più estreme.
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sabato 14 aprile 2012

In marcia!

Marciare per non marcire.                                                                        (F. T. Marinetti)La vita non può che essere tensione verso il futuro: sogno, aspirazione, attesa e progettualità. E' inevitabile guardare avanti, aspirare a una condizione diversa da quella attuale, una condizione altra. Altrimenti la vita sarebbe immobilità, stagnazione, atrofizzazione. Per questo è necessario il movimento: la dinamicità è l'essenza dell'essere vivi. Vita in opposizione a morte. Camminare non stare fermi. Marciare sempre, nonostante tutto!

venerdì 13 aprile 2012

Futuro

Il futuro influenza il presente tanto quanto il passato.
                                                                                              (F. Nietzsche)

La vita è progettualità. Le bestie sono tese al soddisfacimento dei loro bisogni immediati, nel presente. Ciò che ha differenziato i primi uomini dalle bestie è stato l'uso del linguaggio: tramite il linguaggio gli uomini sono stati messi nelle condizioni di scambiarsi reciprocamente messaggi allargando l'orizzonte temporale dal presente al futuro anche lontano, trasmettendosi usi e conoscenze; e così facendo hanno scoperto il valore della memoria, ossia del passato che si tramanda ai posteri. La memoria è dunque il filo rosso che lega il passato al presente e si proietta nel futuro. Essa è esclusiva del genere homo. La vita deve essere tensione verso il futuro.

giovedì 12 aprile 2012

Del divertimento

Il divertimento è stordimento. Eppure a volte è necessario come l’acqua e come il pane. Quando il corpo è pesante e lo spirito è fiacco, ci assale una voglia disperata di correre, di scattare, saltare, scalciare, tirar pugni e fare capriole. In una parola: urlare! Sentirsi vivi, e mettendo una mano sul petto sentire il cuore battere e pulsare il sangue nelle vene, percepire il ritmo vitale del proprio respiro, prendere coscienza di sé come di essere-in-vita! Eppure a volte il divertimento è droga che appanna il cervello e impedisce di percipir-si come sé-in-vita; è fuga dal pensiero, fuga dal dolore e dalle preoccupazioni, puro annichilamento nel buio del non-pensiero. Passare giornate e giornate di fronte alla televisione, o a un videogioco, o a bere al pub o a inseguire donne: tutto per stordirsi, non-pensare, non prendere coscienza di sé, del proprio ruolo e della méta da raggiungere nella vita sull'orizzonte del futuro.
Tempus ruit. L’orologio a pendolo scocca l’ora che passa. La clessidra si vuota. 
E il baratro del nulla si allarga. 
La défaite sans avenir (Rimbaud)!

Leonardo Sinisgalli, Poesie



Leonardo Sinisgalli (1903-1981) è certamente una voce 'minore' del panorama poetico italiano del secondo dopoguerra, ma con spunti non rari di grande originalità. Senza dubbio il lato più importante e degno di rivalutazione della sua poesia è quando Sinisgalli cessa di guardare ai maestri del genere, e volge la sua lente d’ingrandimento su di sé, alla sua vita, ma soprattutto ai suoi ricordi, legati in gran parte alla sua terra d’origine, alla sua famiglia (in particolare alla figura del padre e della madre), al mondo dei suoi contadini. Le immagini tipiche della sua poesia sono la ‘polvere’ dei paesi lucani non ancora industrializzati e quasi al di fuori della storia; la ‘terra rossa’ che si confonde con il colore del sole al tramonto; l’afa di certe giornate estive in campagna; i vecchi del posto con la pelle raggrinzita dal sole e dalla fatica, fra cui resta indimenticabile la figura paterna. Ma la poesia di Sinisgalli non sconfina quasi mai nel realismo minuto e nella denuncia sociale: la componente dominante è sempre quella autobiografica, agli occhi della quale il paesaggio lucano da realistico si trasfigura fino ad assumere talvolta contorni mitici e surreali. 
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mercoledì 11 aprile 2012

Del senso della vita

Qual è il senso della vita? Il senso della vita è dare alla vita un senso. E come si dà un senso alla vita? Prefiggendosi uno scopo, una mèta da raggiungere. Una vita senza uno scopo è una vita sprecata. Inutile, presa e gettata nel cesso.
Come è triste svegliarsi la mattina e non aver niente da fare! Trovarsi di fronte a un giorno come tanti, come è stato ieri, e come sarà domani! Non si ha voglia nemmeno di scendere dal letto, e si vive la giornata nell’attesa della sera per poter ritornare sotto le coperte!
Ogni giorno è una perla preziosa, un tesoro più pregiato dell’oro, «di molto oro fino»: l’oro lo metti in cassaforte e là rimane; il giorno, una volta passato, non torna più ed è perduto per sempre. Ogni istante, ogni singolo secondo può portare un dono, regalare una sorpresa; e chi lo spreca è un ladro e un fannullone. 
E' da fannulloni oziare tutto il giorno sul piazzale della stazione o al tavolino di un bar, non aspettando nulla, non chiedendo nulla alla giornata e alla vita, se non che il tempo passi il più in fretta possibile e finisca nel nulla! In realtà non si ammazza il tempo, si ammazza se stessi senza nemmeno rendersene conto! Poveri sciocchi!
Svegliatevi, o fannulloni! Quante cose si possono fare in una giornata! Lavorate, zappate la terra, rompetevi la schiena col sudore della fronte, purché facciate qualche cosa!

Felice e benedetto
chi arrivata la notte
si schianta sul suo letto,
la schiena e le ossa rotte
dopo un giorno di fatica e sudore,
e, pur stanco e abbattuto,
potrà dire: «Ho vissuto!»

Scegli il tuo obbiettivo, la tua mèta, il tuo sogno da realizzare, il tuo futuro, e sacrifica ogni secondo della tua vita per realizzarlo!
Acquistare l’automobile più potente, comprare l’ultimo modello di I-Phone, costruire una villa con la piscina non è un obiettivo degno della vita: non sono cose che riguardano anche lo spirito! E chi si affanna per soddisfare solo il corpo, farà la fine del corpo! Sarai una bestia che guida una Ferrari o che sguazza in una vasca come un ippopotamo!
Considera anche questo: è un falso obbiettivo se è un qualcosa di auto-referenziale, che riguarda solo te stesso. Un’automobile più potente a te non serve, ma forse un modello più grande può essere utile se hai famiglia. 
Considera anche questo: l'obiettivo da raggiungere, la meta a cui tendere con tutte le proprie forze, non può essere qualcosa di superfluo. Lìberati dal superfluo e da ciò che non è strettamente necessario! Un cellulare è fatto per telefonare, non per scattare fotografie! Per questo c'è la macchina fotografica! Non è necessario un pitale d'oro per raccogliere la merda, ed è inutile avere trenta paia di scarpe per due piedi soli!

martedì 10 aprile 2012

Del comportamento dell’uomo

Il comportamento dell’uomo è un riflesso della sua volontà, e come tale a rigore non prevedibile. Pure alcuni uomini, per natura o per scelta, annichilano quasi del tutto la propria volontà: come bestie pertanto seguono la legge (matematica) di natura, quella dell’istinto, che è invece prevedibilissima. La voluntas è il quid che veramente distingue l’uomo dalle bestie.
Certi popoli, per colpa dei loro governanti, vivono nell’ignoranza e nell’abbrutimento, e ciò è di molto vantaggio per chi vuole tenere le redini del potere; nessuno è più mansueto e manovrabile dell’ignorante che non ha (ma meglio sarebbe dire, crede di non avere) volontà propria, e si lascia quindi controllare con dei fili come una marionetta. L’errore strategico dei tanti ingenui filantropi che operano in Africa o nelle zone disagiate del Terzo Mondo è di duplice ordine: 1. calare dall’alto gli aiuti alimentari per sfamare –proprio come delle bestie- i poveracci con le mani tese in supplice preghiera di ringraziamento, senza nulla insegnar loro –che già sarebbe meglio- su come arrivare autonomamente a procurarsi e a produrre del cibo; 2. invece di dar loro da mangiare, o anche insegnare loro un mestiere, in genere un mestiere “pratico” (muratore, contadino, ecc.), questi filantropi –non credo in verità che ci abbiano mai pensato- dovrebbero insegnare a queste larve di uomini –che tali sono e resteranno finché non prenderanno coscienza di sé- il lato divino del loro essere uomini: insegnare loro la storia, la loro storia: così comprenderebbero i secoli di soprusi che hanno subìto e continuano a subire con rassegnazione dai loro amministratori corrotti; la filosofia, per insegnar loro la scienza politica, quella morale, e la scintilla divina che nutrono in petto senza saperlo; la letteratura, l’arte e la musica per affinare la loro sensibilità. Questo piano pedagogico –niente affatto utopico- ridesterebbe le coscienze, perché solleverebbe i loro ingegni dall’umano al divino, li farebbe finalmente consapevoli del loro intrinseco valore di essere umani, della loro dignità, e –c’è da scommetterci- ciò li renderebbe meno acquiescenti nei confronti del potere politico. Una prova di quanto affermo è la seguente: insegnino pure i nostri bravi filantropi il mestiere di bracciante, di contadino e altro: nessuno glielo impedirà né si darà briga di questo. Provino invece –così, per celia- a predicare agli abitanti dei villaggi la storia delle loro terre, coi torti subìti dai colonialisti prima e dai loro attuali governanti oggi, aprano loro gli occhi sulla corruzione dilagante a livello politico, leggano loro la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: state certi che chi osasse fare qualcosa del genere si ritroverebbe accoppato in men che non si dica.
Essere liberi ha un prezzo, e questo prezzo, spesso, è un prezzo di sangue.

lunedì 9 aprile 2012

Dell'uomo (della vita e della morte)

Che cos’è l’uomo? Bestia e dio: corpo e anima, carne e spirito. Due non uno. Oh ciechi che si fanno guide di ciechi coloro che riducono l’uomo a un ammasso di visceri e sangue, e si illudono che l’organismo umano sia niente altro che una macchina governata da pompe idrauliche e neuroni! Oh ingenui idealisti che credono l’uomo puro spirito e svalutano la dimensione corporale considerandola un carcere da cui fuggire il prima possibile! Perché allora vivete sulla terra se agognate ritornare alle sfere celesti da cui dite di provenire? Meglio sarebbe se, una volta nati, vi sparaste un colpo in bocca!
La vita, fratello, è vita, palpita di vita, desidera la vita e gode della vita! Una vita piena, abbondante, come linfa che scorre fra le vene dell’albero e della pianta, con le radici che affondano voluttuosamente nella terra nera, e ne traggono profumi, aromi fragranti e nutrimento vitale! E il vento carezza le foglie verdeggianti, e il sole inonda di luce la corteccia che ne succhia ogni raggio, e benevolmente ringrazia!
E la vita chiama la morte e la morte invoca la vita: dalla non-vita nasce la vita, e nella non-vita la vita finisce. E non è trauma la non-vita, non è un baratro da temere o da cui fuggire con orrore: cade d’autunno la foglia dall’albero e si posa sulla terra, e alla terra –da cui è generata- ritorna, e con dolcezza la madre terra accoglie fra le sue braccia la figlia perduta e ritrovata; così si scioglie la goccia d’acqua nel mare, e ridiventa tutt’uno col corpo da cui si era distaccata. E la goccia d’acqua e il grande fiume e il torrente e il ruscello desiderano il mare, e nel mare si sciolgono con infinita dolcezza.

Il valore del passato

Noi siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose e più lontano di quanto vedessero questi ultimi: non perché la nostra vista sia più acuta o la nostra altezza superiore, ma perché siamo sostenuti e innalzati dalla statura dei giganti ai quali ci appoggiamo.                  (Bernardo di Chartres)La fonte d'acqua zampillante è simbolo perfetto del rapporto fra passato e futuro: l'acqua attinta dalla terra è sempre la stessa e gira in un circolo eterno; eppure ad ogni zampillìo è sempre nuova e sempre si rinnova. Così con le radici affondate nel passato bisogna vivere il presente e, soprattutto, proiettarsi verso il futuro: dal passato bisogna saper trarre linfa nuova, e creare qualcosa che è vecchio e nuovo insieme. Il passato non va quindi negato ma superato con consapevolezza critica. Anche un pensiero conservatore, che guarda al passato come a un modello, deve rifuggire dall'inane idolatria, perché la vita è, deve essere in ogni caso tensione verso il futuro, senso e progettualità, che come tale non avrebbe significato se non in una proiezione temporale oltre il presente. Un nuovo motto conservatore potrebbe dunque suonare: Con lo sguardo al passato e i piedi rivolti verso il futuro: imparare dal passato per costruire un futuro migliore.

domenica 8 aprile 2012

Dal passato al futuro: conservatorismo versus progressismo


Ciò che è, già è stato; ciò che sarà, già è: Dio ricerca ciò che è già passato                                                                                                         Qoèlet 3, 15
Tutto quello che accade oggi e che accadrà domani, è già accaduto nel passato: sfuggono i particolari, ma l’insieme, il fatto sostanziale resta inalterato. La superficie del mare è sconvolta da burrasche: ma le sue profondità restano in perenne bonaccia. È come se Dio ricercasse per il futuro quello che già è trascorso in un tempo lontano. Da ciò si deduce l’alto valore della tradizione: la società può cambiare, migliorare, progredire; ma restano al fondo un insieme di valori di riferimento, di verità eterne, che restano immutabili. Le rivoluzioni possono sconvolgere o alterare il quadro generale, ma non possono cancellare i dati di fondo, che restano –per loro natura- inalterabili, e per ciò stesso non negoziabili. In filosofia: realismo versus idealismo. In politica: conservatorismo versus progressismo.