sabato 29 dicembre 2012

Rassegna stampa Novembre 2012

M. Veneziani, Qui c'è il rischio gatta morta (Il Giornale, 23 novembre 2012)
M. Veneziani, L'italiano senza scampo fa il botto (Il Giornale, 17 novembre 2012)
M. Veneziani, Monti-bis, ma solo in libreria (Il Giornale, 13 novembre 2012)
Fatti e interpretazioni oltre il postmoderno (Repubblica, 9 novembre 2012)
S. Solinas, La diaspora della destra (Il Giornale, 9 novembre 2012)
Maurizio Ferraris presente una nuova collana di Filosofia (Repubblica, 9 novembre 2012)
M. Veneziani, La legge del voto a perdere (Il Giornale, 8 novembre 2012)
Omaggio a Tiberio Murgia, un "cenerentolo" nell'Italia del boom (Repubblica, 7 novembre 2012)
M. Veneziani, In ricordo di Pino Rauti (Il Giornale, 6 novembre 2012)
Flavio Tosi, leader del centrodestra? (Libero, 6 novembre 2012)
Il compagno di Vendola: chiamatemi "first gentleman"! (Vanity Fair, 6 novembre 2012)
La democrazia secondo Grillo (Libero, 5 novembre 2012)
Beppe Grillo... e Flavia Vento (Libero, 5 novembre 2012)
Turchia: laici contro islamici (Corriere della Sera, 5 novembre 2012)
Il M5S e Scientology" (Corriere della Sera, 5 novembre 2012)
M. Veneziani, Onore al milite ignaro, eroe a sua insaputa (Il Giornale, 4 novembre 2012)
G. Parlato, Chi era Pino Rauti (Libero, 3 novembre 2012)
M. Veneziani, Da Tonino" al Colle, specialità molisane (Il Giornale, 3 novembre 2012)
La più antica città europea (Corriere della Sera, 2 novembre 2012)

venerdì 28 dicembre 2012

Convegno dantesco a Novedrate (24 gennaio 2013)



Giovedì 24 gennaio 2013, a partire dalle 10.40 della mattina, si terrà all'Università E-Campus di Novedrate il convegno di presentazione di un volume di studi sulla tradizione manoscritta della Commedia, curato da Paolo Trovato ed Elisabetta Tonello, in stampa nella nuova collana Storie e Linguaggi della LiberiaUniversitaria.it, fondata e diretta dallo stesso Trovato e da Franco Cardini. Il volume fa da seguito ideale al primo corposo contributo, quel Nuove prospettive sulla tradizione della "Commedia". Una guida filologico-linguistica al poema dantesco, a c. di P. Trovato, Firenze, Franco Cesati Editore 2007, che è ormai riferimento imprescindibile per chi voglia occuparsi oggi della Commedia di Dante. Chi scrive presenterà un pezzo, inserito nel volume in questione, dedicato al Canone editoriale dell'antica vulgata di Giorgio Petrocchi e l'editio dantesca del Boccaccio.

lunedì 19 novembre 2012

Dentro l'officina di Giovanni Boccaccio: rendiconti del convegno


Si è tenuto a Ferrara (giovedì 15 e venerdì 16 novembre), nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea, il convegno dedicato a Giovanni Boccaccio, in preparazione del settecentenario della morte (1313-2013); il tutto messo su grazie all'organizzazione di Sandro Bertelli, ricercatore in Paleografia e Codicologia presso la medesima Università. 
Dopo i saluti di apertura (da parte di Enrico Spinelli, Direttore della Biblioteca Ariostea e di Stefano Zamponi, Presidente dell'Ente Nazionale Giovanni Boccaccio), ha relazionato Sandro Bertelli (Università di Ferrara), organizzatore -come già detto- del convegno, con un lavoro (Codicologia d'autore: il ms. in volgare secondo Giovanni Boccaccio) dedicato a illustrare tutti gli autografi boccacciani in volgare. Escludendo una lettera conservata nell'Archivio di Perugia (datata 20 maggio 1366 e inviata a Leonardo Del Chiaro), gli autografi superstiti del certaldese sono in tutto sei: il codice Acquisti e Doni 325 della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, contenente il Teseida, e risalente a circa la fine degli anni '40 del secolo; l'attuale Toledano 104.6 della Biblioteca e Archivio Capitolare della Cattedrale di Toledo (= To), contenente la Commedia, insieme alla Vita Nova, al Trattatello in laude di Dante, e a varie canzoni dantesche (datazione: 1355-1365?); il frammentario codice 1035 della Biblioteca Riccardiana di Firenze (Ri: certamente posteriore a To); il Chigiano L.V.167 della Biblioteca Vaticana, contenente rime di Dante e del Canzoniere di Petrarca, che costituiva tutt'uno con un altro Chigiano, segnato L.VI.213 (= Chig) contenente la Commedia, e risalente agli ultimi anni di vita del Boccaccio; e infine il celebre Hamilton 90 della StaatsBibliothek di Berlino, autografo del Decameron

lunedì 12 novembre 2012

Quartine di Omar Khayyam



Omar Khayyam (1048-1131) è il più noto poeta persiano in Occidente. Vissuto nel Medioevo, figura poliedrica di intellettuale che spazia dalla matematica all'astronomia, passando per la filosofia e la poesia, la sua opera più nota in campo letterario è costituita dalle sue celebri Quartine (in arabo Rubaiyat), vera e propria summa del suo pensiero. Temi fondamentali della sua poesia sono l'amore per la vita e l'invito a goderne in ogni momento, il carpe diem che si concretizza nel rivolgersi unicamente al presente, evitando ogni rimpianto nei confronti del passato e ogni illusoria speranza verso il domani. Da qui l'invito del poeta a godere dei piaceri della vita, soprattutto del vino, della musica e dell'amore per la donna, che soli possono farci pienamente gioire. A questo filone principale, si aggiunge poi una dolente e pessimistica visione dell'uomo, del suo ruolo nell'universo e del suo rapporto con Dio: l'uomo non è nulla, non è nemmeno libero, ma ogni cosa è nelle mani di Dio che controlla gli esseri umani come se fossero marionette tirate da fili invisibili, o pezzi di una scacchiera mossi secondo criteri imperscrutabili. L'uomo è quindi vittima inconsapevole di un qualcosa a lui superiore, e il suo ruolo nel cosmo è ridotto a puro nulla: come un insignificante ciottolo abbandonato in fondo al vasto oceano.
Per scaricare la recensione insieme a un'antologia commentata delle Quartine di Khayyam

giovedì 8 novembre 2012

Dentro l'officina di Giovanni Boccaccio (Ferrara, 15-16 novembre 2012)


Si svolgerà a breve un convegno boccacciano a Ferrara (Biblioteca Ariostea, Sala Agnelli, inizio lavori giovedì 15 novembre, ore 15) dedicato agli autografi in volgare del certaldese e alla sua figura di studioso (editore e commentatore) di Dante, cui parteciperà anche il sottoscritto.
A seguire verrà pubblicato su questo blog un sunto dei lavori presentati al convegno.
Il programma del convegno è scaricabile qui.

Il pensiero di Plotino fra idealismo e suggestioni cristiane


Malgré moi, l'infini me tourmente ("Mio malgrado, l'infinito mi tormenta"), così una bella espressione di Alfred de Musset (in L'Espoir en Dieu). Capita soltanto agli spiriti più sensibili di avvertire come dentro di sé una specie di tensione verso l'infinito, un desiderio -che è insieme un richiamo- a trascendere se stessi per rivolgersi a qualcosa di più alto, passando da una condizione esistenziale fragile e mortale ad una eterna e immortale; dal finito all'infinito, dal nulla al Tutto, dal non-senso al senso pieno. Si racconta che sul letto di morte Plotino abbia esortato i suoi discepoli affranti con queste parole: "Cercate di ricondurre il divino che è in noi al divino che è nell'universo": un'affermazione che riassume tutto il carico di tensione che l'uomo deve avere -e nutrire- per ascendere dall'umano al divino, dal finito all'infinito. Plotino parlava in particolare di nostalgia dell'unità: è come se l'uomo avvertisse se stesso come 'scisso' dall'Uno, e concepisse quindi la sua vita sulla terra come un 'esilio', nell'attesa -e nel desiderio- di ritornare alla sua vera 'patria', per ricongiungersi nuovamente con l'Uno. Un'idea questa comune con il cristianesimo, che proprio nel III secolo d.C. cessava di essere setta minoritaria avviandosi a divenire culto ufficiale dell'Impero: "Sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un'abitazione da Dio, una dimora eterna (...). Perciò sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste (...). Così, dunque, siamo sempre pieni di fiducia e sapendo che finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore", così San Paolo (2 Corinzi 5, 1-2.6).

giovedì 25 ottobre 2012

Rocco Scotellaro, Margherite e rosolacci


Rocco Scotellaro (1923-1953) è il poeta-contadino per definizione: nella sua poesia (E' fatto giorno, 1954; Margherite e rosolacci, 1978) egli proclama a gran voce la adesione di carne e di sangue al mondo dei contadini lucani, sfruttati ed emarginati dalla storia e dalla civiltà. In lui si amalgamano perfettamente le due figure dell'intellettuale e del contadino legato alla sua terra, ai suoi genitori (il padre ciabattino, la madre una modesta casalinga) e ai suoi avi, nati e vissuti sempre in Lucania. In Margherite e rosolacci, in particolare, emergono poi come temi preponderanti l'emigrazione meridionale (attraverso l'immagine frequente della stazione), con tutta la malinconia che avvolge il cuore dell'esule dalla sua terra; l'annullamento dell'io del poeta che quasi si fonde nel noi della comunità contadina che rappresenta, celebrata nella sua rete di rapporti solidali, tanto nei momenti di gioia (la bevuta cameratesca del vino intorno al caminetto, i pranzi in famiglia durante le feste, il gioco della morra), quanto nei momenti di dolore (l'agonia di un contadino colpito dalla malaria, il ricordo del padre morto). Un poeta insomma che, nonostante la carica rivoluzionaria dei suoi versi e del suo impegno politico, resta profondamente radicato alla sua terra, alle sue tradizioni e ai suoi avi.
Per scaricare la recensione insieme a un'antologia commentata di Margherite e rosolacci

domenica 14 ottobre 2012

Poesie di Kostantinos Kavafis


Kostantinos Kavafis (1863-1933) è un poeta alessandrino, prima nel senso di "nato ad Alessandria d'Egitto" poi, ma soprattutto, per il carattere decisamente estetizzante (per non dire narcisistico) che caratterizza la sua vita e la sua produzione letteraria, come tanta poesia del periodo alessandrino. Personaggio un po' attore, un po' dandy, come tanti dell'Estetismo fine Ottocento (da Wilde a d'Annunzio); la sua poesia ha come temi ricorrenti il sensualismo, il culto della Bellezza e dell'amore (omosessuale), cantati con accenti elegiaci e nostalgici di chi sa che tutto è fatalmente destinato a passare. Tuttavia la grande poesia  di Kavafis è una parte decisamente minoritaria della sua produzione poetica, ed è quella in cui egli rilegge la storia e la classicità greca con gli occhi della modernità: il mito greco, interpretato filosoficamente, diventa così un simbolo universale della condizione esistenziale dell'uomo di fronte al destino, al dolore e alla morte, condizione all'insegna del conflitto e che si risolve, inevitabilmente, in uno smacco per l'uomo. Così in Itaca l'isola diventa il simbolo del viaggio in sé e dell'ansia di conoscenza e di esperienze dell'uomo; Ettore di fronte a Achille in Troiani è l'emblema dell'uomo destinato a soccombere di fronte a un Destino più forte e più grande di lui; fino al tributo di onore e di rispetto per chi si sacrifica volontariamente, come lo spartano Leonida e i suoi soldati in Termopili. La storia greca pertanto, rivisita e attualizzata, assurge a paradigma universale della condizione umana, toccando vette di grande poesia.
Per scaricare la recensione insieme a un'antologia commentata delle poesie di Kavafis,

domenica 30 settembre 2012

Agosto-Settembre 2012


Settimana 18/26 agosto 2012

La libertà non c'entra: le Pussy Riot se la sono cercata (Libero, 18 agosto 2012)

Settimana 27 agosto/02 settembre 2012

E. Galli della Loggia, Il valore della cultura e lo scempio italiano (Corriere della Sera, 27 agosto 2012)

                  Settimana 02 settembre/09 settembre 2012

M. Veneziani, Banconote vs. cardite di credito (Il Giornale, 8 settembre 2012)
Le città privatizzate in Honduras (Corriere della sera, 8 settembre 2012)
P. Battista, Il ritorno della Patria (Corriere della sera, 8 settembre 2012)
Casaleggio, l'eminenza grigia del M5S (Repubblica, 8 settembre 2012)
Festival internazionale di cultura ebraica (Il Giornale, 7 settembre 2012)
Philip Roth contro Wikipedia (Corriere della sera, 7 settembre 2012)
L'anima? E' solo un'illusione (Corriere della sera, 6 settembre 2012)
La sinistra mondiale intollerante con i diversi come Cleant Estwood (Corriere della sera, 6 settembre 2012)

                Settimana 10 settembre/16 settembre 2012

B. Spinelli, Tra libertà e responsabilità (Repubblica, 14 settembre 2012)
Gabriele Centazzo e l'appello per un nuovo Rinascimento italiano (Wired, 14 settembre 2012)
La crisi economica ci affligge, quella spirituale ci uccide (Totalità, 14 settembre 2012)
M. Veneziani, Lasciamo i popoli al loro destino (Il Giornale, 14 dicembre 2012)
Luttwak, Inutile dialogare con l'Islam (Il Giornale, 14 settembre 2012)
Brutta, vecchia e inchiodata: la scuola è lo specchio del paese (Libero, 13 settembre 2012)
E. Galli della Loggia, Un partito allo specchio (Corriere della Sera, 12 settembre 2012)
Il crescente successo della filosofia analitica (La Stampa, 12 settembre 2012)
Indagini sul misterioso "staff" di Beppe Grillo (La Stampa, 12 settembre 2012)
Hollande dice sì alle adozioni da parte dei gay (La Stampa, 12 settembre 2012)
Il pregiudizio negativo contro il papa sul web (La Stampa, 11 settembre 2012)

Settimana 24 settembre/30 settembre 2012

Quando i film italiani sorpassavano tutti (Il Giornale, 30 settembre 2012)
E. Galli della Loggia, Chi ha paura di Gianburrasca (Corriere della Sera, 30 settembre 2012)
I 60 anni della celebre collana Urania (Il Giornale, 29 settembre 2012)

Eschilo, Agamennone

La cosiddetta "maschera di Agamennone"
scoperta a Micene da Heinrich Schliemann
(1600 a. C. circa)
L'Agamennone è il capolavoro di Eschilo, la prima opera della trilogia cosiddetta Orestea, insieme alle Coefore e alle Eumenidi. In essa troviamo esplicitati i concetti cardine della visione eschilea della realtà, espressi in immagini robuste e potenti. Innanzitutto la visione di una "necessità" nell'ordine del mondo, che i Greci chiamano anànche e i Romani Fato, a cui tutti, uomini e dèi, devono inevitabilmente cedere: "Immerse il collo nel collare della necessità", scrive il poeta (cito nella classica traduzione di Manara Valgimigli, da ultimo in Tutte le tragedie di Eschilo, Roma, Newton Compton 1994). Sul destino degli uomini dominano comunque gli dèi "che saldamente seggono al sacro timone del mondo": "Ahi ahimè, tutto muove da Zeus, di tutto è artefice Zeus, di tutto è causa; niente si compie fra gli uomini senza il suo volere, niente avviene che non sia da lui stabilito". Nei confronti degli dèi pertanto è saggezza da parte dell'uomo nutrire un venerando rispetto: "chi con cuore devoto canti epinici a Zeus, questo soltanto avrà colto suprema saggezza". Purtuttavia non c'è da farsi illusioni sulla sorte dell'uomo: "Le vie della saggezza Zeus aprì ai mortali, facendo valere la legge che sapere è soffrire". La verità da parte dell'uomo, insomma, è quasi un obbligo morale, un dovere da assolvere inevitabilmente, ma con l'amara consapevolezza che scoprirla significa squarciare il velo su una realtà di dolore: "Buono e vero disgiunti facilmente si scoprono".

"Cesare deve morire" di P. e V. Taviani (Italia, 2012)

Locandina Cesare deve morire

Gran bell'opera, geniale l'idea e anche lo sviluppo, ma non è un film. Se non si chiarisce preliminarmente ciò si corre il rischio di incorrere in un errore metodologico, che a sua volta può comportare il pericolo di fraintendere l'opera, oltre che di rimanerne delusi. Non so qual è l'idea in merito dei fratelli Taviani, ma la dicitura "Film" che campeggia sulla locandina ufficiale non aiuta, è errata e fuorviante; e credo personalmente che compaia semplicemente per una scelta pratica (inconsapevole) ovvero di logica commerciale (consapevolissima). Quando ieri sera sono andato al cinema mi aspettavo di vedere un film, e così come me, devo supporre (ma la probabilità in tal senso è molto alta), un gran numero di spettatori. Col risultato, allo scorrere dei titoli di coda, di rimanere decisamente perplessi. Non ho assistito dunque a un film ma a un documentario: un grande, geniale, splendido documentario, ma pur sempre un documentario. Non un film. E' essenziale chiarirlo. Sarà stato forse perché erano le undici di sera, ma tutti (e sottolineo tutti) i miei compagni di poltrona ai titoli finali avevano gli occhi a palle, evidentemente per mantenere alto lo sforzo di attenzione. Vedere un film alle undici di sera è un conto, altro è vedere un documentario... Al di là però delle battute, è ovvio che ci muoviamo tecnicamente su piani diversi di genere cinematografico: il film documentario o semplicemente -proprio per non creare ambiguità- documentario, si inserisce in un filone storico ben distinto dal film tout court, ed ha caratteristiche sue proprie, oltre che un proprio linguaggio e delle finalità ben specifiche. Da qui la necessità di non confondere i due generi, pena impigliarsi in un corto circuito interpretativo. La presente è dunque la recensione a un documentario, non a un film.

martedì 25 settembre 2012

"Il rosso e il blu" di Giuseppe Piccioni (Italia, 2012)

Locandina Il rosso e il blu

Riccardo Scamarcio prof di italiano in un liceo della capitale? La cosa fa certamente sorridere: oltre all'improbabilità in sé della cosa, è lo stesso attore pugliese a ironizzare sulla sua versione intellettuale, dichiarando in un'intervista ufficiale di essere stato a scuola "un vero disastro". Detto questo, da Nietzsche a Gadamer, la filosofia dell Novecento ha riconosciuto un certo valore epistemologico al pregiudizio (contro tutta la tradizione illuministica), sicché, armato dei miei bravi pregiudizi, sono andato a vedere il film con un gruppo di prof... con risultati sorprendenti (se non altro per me).
Il film ruota principalmente intorno a tre personaggi e alle loro tre (differenti) storie: la preside del liceo Giuliana (Margherita Buy), il disilluso prof di storia dell'arte Fiorito (Roberto Herlitzka) e ovviamente lui, la star pugliese Riccardo Scamarcio alias professor Prezioso (nomen omen dicevano i filosofi medievali). La preside è al centro di una vicenda che vede l'abbandono da parte di una madre immatura (che non cucina e nemmeno fa la spesa perché non ne è capace...) del figlio adolescente (Brugnoli, l'attore Davide Giordano), il quale finirà così per aggrapparsi alla sua preside quasi vedendo in lei quella figura materna che non ha mai potuto avere. Se la linea psicologica -per così dire- è evidente nel ragazzo, interessante è invece assistere all'evoluzione della donna, non-mamma per scelta (da lei stessa dichiarata al ragazzo nel finale in un momento di intensa partecipazione emotiva quando fra i due sono cadute le barriere). La figura del professor Fiorito, invece, merita un solo aggettivo: "geniale". Con un solo neo, in verità: personalmente l'avrei visto più come docente di filosofia, i quali (lo dico con una certa esperienza) sono intrinsecamente dotati di quello spirito caustico che fa loro sovente avere uno sguardo disilluso e disincantato sul mondo; laddove i docenti di storia dell'arte -non me ne vogliano- sono decisamente più estrosi e pieni di quel brio da artista che fa loro assumere un atteggiamento tutto sommato positivo nei confronti della vita. Insomma l'apollineo della ragione contro il dionisiaco dell'arte. E nel film Fiorito è decisamente apollineo, di una razionalità lucida, fredda e distaccata.

domenica 9 settembre 2012

La morte come limite ultimo dell'uomo

Trionfo della Morte (Palermo, Palazzo Sclafani)

Est modus in rebus,sunt certi denique fines 
quos ultra citraque nequit consistere rectum.
[C'è una misura in tutto, ci sono limiti certi
al di là e al di qua dei quali non può sussistere il giusto]
                                                 (Orazio, Satire I 1, 106-107)

L'uomo è per definizione un essere limitato, ed è questo che ontologicamente lo distingue da Dio. Tutti i saggi antichi, dai tragici greci ai poeti (come nell'esempio Orazio) riconoscono nell'uomo questo limite che lo inchioda a una realtà ineluttabile in quanto non modificabile. Il riconoscimento di tale limite è, da un punto di vista religioso, presa di coscienza di una realtà superiore che travalica l'uomo; mentre da un punto di vista pratico è semplicemente presa d'atto dettata da buon senso. Tale limite, connaturato quindi intimamente e inestricabilmente all'essere homo, non può essere trasceso, per definizione. L'uomo saggio accetta il suo limite naturale e lo accetta. Lo sciocco invece, o il folle, parla di emancipazione, laddove tale pretesa non ha luogo di essere, e vaneggia di superare i limiti imposti all'uomo, in un'assurda quanto improponibile lotta dell'uomo contro la realtà.

mercoledì 29 agosto 2012

Eschilo e la tragedia greca


Eschilo (525 a.C. - 456 a. C.)
Perché leggere un "classico" oggi? Ognuno si dà -e si è dato nella storia- la sua risposta. Io da buon nostalgico del tempo che fu vedo nei classici un forte modello culturale, spesso da contrapporre al paradigma contemporaneo postmodernista, ossia relativistico-nichilistico. Un testo antico, oltre che "fatto culturale", è -in quanto tale- portatore e veicolo di trasmissione della cultura che lo ha prodotto, quindi della società, della mentalità, dell'ideologia di base che lo hanno ispirato. E nel caso dell'antica civiltà greca dell'età arcaica -almeno, quella ufficialmente al potere- il quadro che ne viene fuori è quello di una cultura dai valori sociali, morali e politici in ogni caso "forti", piantati saldamente sul terreno e non esposti al vento del relativismo e dello scetticismo denigratore. Leggendo quei testi, osservando le antiche sculture e opere d'arte, respiri e quasi tocchi con mano i pensieri degli uomini che li hanno plasmati: e ne rimani prigioniero.
Eschilo è il primo dei tre grandi tragici greci e quello più "arcaico", quello cioè in cui più traspare il senso del tragico secondo i Greci, che in Euripide (l'ultimo dei tragediografi) scadrà fino a risolversi in dramma. La tragedia, diversamente appunto dal dramma, ha un solido impianto metafisico: il dolore, la sofferenza dei protagonisti, non sono provocati per es. da lotte o contrasti fra uomini (questo è il dramma), ma sono la necessaria conseguenza di una colpa originaria, di un peccato da parte dell'uomo (generalmente di ùbris), che gli dèi poi puniscono, sia pure di generazione in generazione.

sabato 25 agosto 2012

"In Time" di Andrew Niccol (USA 2011)

Locandina italiana In Time

Metto subito le mani avanti: l'idea sviluppata dal film è buona ma la sua realizzazione pratica non mi pare altrettanto, e il tutto alla fine, fra inseguimenti, sparatorie e colpi di teatro, si risolve -ahimè- nel classico "polpettone" americano. L'idea buona è quella di fare un film sul valore del tempo, valore che di per sé oggi (nella società capitalistica) assume un'importanza fondamentale, ma che nell'immaginaria società del futuro ipotizzata da Andrew Niccol  arriva addirittura a rimpiazzare il denaro (del resto "il tempo è denaro" sentenziavano i miei cari antichi).
In un'epoca imprecisata del futuro la società è bipartita fra una casta di ricchi (ora si vedrà in che senso) e una di poveracci costretti a vivere alla giornata. I "dominati" possono vivere al massimo 25 anni: tutti infatti sono provvisti di un orologio biologico -ben visibile con i suoi caratteri digitali impressi sul polso di ognuno- che fin dalla nascita regola geneticamente l'età di vita a disposizione; al raggiungimento del venticinquesimo compleanno l'orologio biologico si azzera e inizia un inquietante conto alla rovescia della durata di un anno, l'ultimo a disposizione prima della morte per collasso interno. Ciascuno al massimo può prolungare la sua vita se riesce nell'impresa di ottenere (o rubare) tempo, in qualsiasi modo. I ricchi invece sono i privilegiati che vivono in una zona a parte della città, isolata da cinte di mura e passaggi sorvegliati, avendo ciascuno a disposizione migliaia di anni singolarmente. Il sistema però entrerà in crisi grazie al giovane Will Salas (Justin Timberlake) che dopo aver fatto innamorare di sé la bella Sylvia Weis (Amanda Seyfried), figlia di un ricchissimo "banchiere del tempo", darà vita a una spericolata coppia di novelli Bonnie e Cliyde che in nome della giustizia sociale ruberanno -tempo- ai ricchi per darlo ai poveri.

domenica 19 agosto 2012

Il filosofo Maurizio Ferraris presenta il suo "Manifesto del nuovo realismo"


Maurizio Ferraris, ordinario a Torino di Filosofia teoretica ha dato l'avvio a un interessante dibattito fra nuovo realismo -da lui rappresentato- e il postmodernismo del pensiero debole: il punto d'avvio è stato un suo articolo su Repubblica dell'8 agosto 2011, dal titolo significativo di Ritorno al pensiero forte; cui ha fatto seguito, sullo stesso giornale del 19 agosto 2011, uno stimolantissimo dialogo botta e risposta fra lo stesso Ferraris e Gianni Vattimo, il padre del pensiero debole; e da lì è partita una lunga querelle che ha visto l'intervento di molti filosofi e opinionisti di diversa estrazione. Finalmente, nel marzo 2012 (in contemporanea a un congresso tenutosi a Bonn dal 26 al 28 marzo), è uscito per i tipi di Laterza, il Manifesto del nuovo realismo di Ferraris, il quale ha poi illustrato il suo volume, in data 10 maggio 2012, in un video realizzato per l'ottimo portale Filosofia della RAI Educational.
Nel video in questione il filosofo torinese sintetizza brillantemente i cardini del suo pensiero. Innanzitutto Ferraris sottolinea che il nuovo realismo si oppone significativamente al postmodernismo il quale, nato da posizioni di sinistra sul finire degli anni '70 (J. F. Lyotard, La condition postmoderne), si poneva in origine come obiettivo l'emancipazione dell'uomo, in particolare da tutte le costruzioni storiche e sociali frutto delle logiche di potere e di classe. Il postmodernismo, che definisce la realtà come costruita dai nostri schemi concettuali, dal nostro pensiero e dalle nostre ideologie, conduce però inevitabilmente a un esito nichilistico, riassunto dal motto nietzschiano per cui "non ci sono fatti ma solo interpretazioni".

venerdì 17 agosto 2012

R. Benigni, "Il mio Dante. Con uno scritto di Umberto Eco", Torino, Einaudi 2008


Il libro è un'agile presentazione del Dante secondo Benigni fatto conoscere agli italiani -e non solo- nelle affollatissime letture pubbliche di piazza, sbarcate poi, sull'onda del loro enorme successo, in diretta TV sui canali della RAI. La lettura di Dante fatta di Benigni -sgombriamo subito il campo- è una lettura "popolare", nel senso neutro di "divulgativa"; Benigni cioè non è -come invece da talune parti si vorrebbe far credere- un fine intellettuale che spiega al popolo (nel senso  di grande pubblico non specialistico) le sottigliezze teologiche del poema dantesco; ma il comico toscano si pone come unico obiettivo quello di veicolare al pubblico la potenza immaginifica ed espressiva della poesia dantesca, al di là quindi delle complessità e delle interpretazioni filosofiche e teologiche a cui essa può dare adito. Crocianamente potremmo affermare che la lettura di Benigni è limitata alla poesia, accantonando (sebbene diversamente da Croce non eliminando del tutto) la sovrastruttura del pensiero a base di quella. Benigni, in pratica, cerca di trasmettere al pubblico la bellezza della poesia di Dante, le forza dei sentimenti sprigionati dai personaggi, il senso potente e drammatico dei suoi versi; il tutto condito da una grande interpretazione (da attore premio Oscar, appunto) dei versi del poeta fiorentino: una lettura espressiva, cadenzata, rispettosa dei ritmi e delle pause dei versi (per esempio nel rispetto delle fratture marcate dagli enjembements). Ma è appunto, la sua, una lettura divulgativa, per tutti, e non si può pretendere il puntiglio della filologia: sarebbe un errore metodologico, semplicemente sono due piani differenti e distinti, e quindi non confrontabili.

La battaglia per il Realismo

J. Howard Miller, We can do it, poster (1943)
utilizzato spesso come icona del femminismo
La battaglia per il Realismo in filosofia deve essere la battaglia della vita: l'esistenza di una realtà esterna oggettiva, indubitabile, indipendente dal soggetto conoscente è la buona battaglia combattuta in nome dell'esistenza di una Verità oggettiva nel mondo, a prescindere dal punto di vista relativistico dei diversi osservatori conoscenti che la percepiscono. Esse non est percipi: l'esse è indipendente dal percipi. "Realismo e Verità" (titolo di un'opera di Devitt del 1991) deve essere il punto di riferimento imprescindibile di una visione "forte" dell'universo, in contrapposizione al relativismo imperante nella società occidentale contemporanea. Realismo significa infatti ammettere che la realtà è così e non può essere altrimenti, per quanto l'uomo protesti o si affanni a ritagliarsi un ruolo risibilmente "semidivino", se non proprio in sostituzione di Dio: la natura è immutabile, e l'uomo ne fa parte. Esiste quindi una Verità e una sola Realtà che l'uomo non può intaccare. Da un punto di vista etico ciò presuppone l'esistenza di valori morali assoluti e non modificabili: ad esempio il maschio è maschio, geneticamente distinto dalla donna; da cui l'assurdità (nel senso di contro-senso fuori dalla realtà) di ogni pretesa legislativa di equiparazione fra matrimonio etero e gay (ma ciò non implica il non riconoscimento di sacrosanti diritti civili), ovvero di femminismo (pari diritti fra uomo e donna è un conto, altro è credere che i due termini siano intercambiabili tout court, come si assiste sempre più frequentemente oggi nella nostra società). 
Il Realismo insomma deve essere la leva che scardina il meccanismo materialistico della società contemporanea. Il nemico, padre nobile di ogni relativismo, è l'Idealismo in tutte le sue forme: dall'idealismo romantico (Fichte, Schelling e l'idealismo assoluto di Hegel) a quello novecentesco di un Croce o di un Gentile, fino alla fenomenologia trascendentale di un Husserl; ma compreso anche (Kant docet) l'idealismo di matrice empirista, quale quello di Berkeley, o quello meccanicista di un Cartesio. 
Realismo ovvero anti-Idealismo: questa la chiave di volta in filosofia contro il mondo moderno.

giovedì 16 agosto 2012

Una vita senza rimpianti

Clusone (BG), Oratorio dei Disciplinati, Trionfo della morte (1485)

                                          Er tutto è nnun tremà cquanno se more
                                [Il tutto (l'importante) è non tremare quando si muore]
                                                                    (G. G. Belli, La bbona nova, v. 14)

Il momento finale della vita è stato da sempre al centro della riflessione da parte delle culture più diverse: nella società occidentale contemporanea, come ha mirabilmente discusso lo storico francese Philippe Ariès nel celebre volume Storia della morte in Occidente, l'atteggiamento più diffuso è la rimozione; la morte è un tabù -come una volta lo era il sesso- di cui non è bene parlare. Per l'uomo contemporaneo pertanto, l'atteggiamento nei confronti della morte è l'indifferenza, per scelta, scaramanzia o inconsapevolmente; ovvero spesso la paura, per i pochi che hanno ancora il coraggio di una sana meditatio mortis. Sul piano religioso la questione è ambigua: da un lato la morte è la "porta verso l'eternità", il punto di passaggio per l'agognato incontro con Dio, e come tale Francesco d'Assisi tesseva le laudi di "sora nostra morte corporale", e ancora oggi ai funerali irlandesi segue una cena o una bevuta al pub per festeggiare il morto; dall'altro lato la morte è il momento del giudizio, della sentenza di assoluzione o di condanna senz'appello per l'eternità, momento di vero e proprio terrore (si pensi al Dies irae, anche nell'ultima versione di Mozart),  e ciò soprattutto nella religiosità protestante, incline ad esasperare il peccato dell'uomo e la visione di Dio come rex tremandae maiestatis.

mercoledì 15 agosto 2012

Carpe diem

                      
                              Ille potens sui
   laetusque deget cui licet in diem
                               dixisse: "Vixi".
                           [E' padrone di sé
    e vivrà felice colui che potrà dire 
               ogni giorno: "Ho vissuto"]
                          (Orazio, Carmina III, 29, vv. 41-43)   

La vita è preziosa e non un solo attimo di essa può essere sprecato. Da qui l'importanza del fattore "tempo": bisogna vivere la vita attimo dopo attimo, assaporandone ogni goccia come quando si beve da una coppa un vino prezioso; godendone ogni secondo, come se fosse l'ultimo a disposizione prima del saluto definitivo. La sera, prima di sprofondare nelle braccia del dio Morfeo, ciascuno di noi dovrebbe sinceramente chiedersi, guardandosi nel fondo dell'anima: "Ho davvero vissuto oggi? Non ho sprecato per caso la mia giornata"? Solo così, con la consapevolezza di aver davvero vissuto, si può dormire in pace il "sonno del giusto". Ma vivere veramente non significa l'essere stati a qualche party, o essersi divertiti punto e basta: la prospettiva andrebbe decisamente allargata oltre il mero soddisfacimento egoistico: "ho fatto qualcosa di buono, oltre che per me, anche per gli altri?"; "ho realizzato qualcosa di utile?". Il sacrosanto invito al carpe diem deve pertanto assumere una dimensione di responsabilità, morale e sociale, che solo possono pienamente giustificarlo. Vivere bene con se stessi, con gli altri, e per gli altri: questo vuol dire non sprecare la propria vita.