sabato 31 dicembre 2011

Dante e il Serventese romagnolo del 1277 (Nuova Rivista di Letteratura Italiana 8, 2005, 1-2, pp. 9-18)


Analisi di un (relativamente) poco noto Serventese romagnolo del 1277, attualmente nell'Archivio di Stato di Ravenna, con la segnatura Volume (o Registro) di Classe 12. Il componimento è letto alla luce di Inf. XXVII 19-57, il cui protagonista è Guido da Montefeltro, romagnolo; e della profezia dantesca del veltro (Inf. I 100 e sgg.), dimostrando una conoscenza del testo romagnolo da parte di Dante (fra l'altro il serventese, unico fra i testi oggi esistenti prima di Dante, ha la contemporanea triplice rime veltro / Feltro / peltro, come appunto nel secondo passo dantesco). La conclusione è che, essendo il Serventese romagnolo un testo di inclinazione politica ghibellina e che alludeva a una precisa area geografica compresa fra Feltre (Veneto) e Montefeltro (Romagna); anche Dante può, forse, aver alluso all'intera Italia settentrionale per indicare la provenienza del suo "veltro", regione dalla quale - per ragioni storiche contemporanee - più ci si poteva attendere un potente signore locale, vassallo dell'Imperatore (quale era, fra gli altri, Cangrande della Scala).

venerdì 30 dicembre 2011

"Io son colui che tenni ambo le chiavi / del cor di Federigo..." (Inf. XIII 58-59): alle radici di un'immagine (Nuova Rivista di Letteratura Italiana VII, 2004, 1-2, pp. 69-80)


La famosa definizione che Pier delle Vigne dà di se stesso, nel canto dei suicidi (Inf. XIII 58-59), è uno stilema appartenente al lessico della poesia amorosa, ma la fonte originale è biblica: dalla clavem domus David (Isaia 22, 20-22) alle più famose claves regni caelorum che Gesù (Mt 16, 17-19) affida a Pietro. Ma è nella poesia amorosa d'Oltralpe in lingua d'oil - a partire da Chrétien de Troyes - che il sintagma viene ricontestualizzato in "chiavi del cuore" (clef del cuer) o "chiavi d'amore", detto dell'amante che possiede l'accesso più intimo al cuore dell'amata/o. L'immagine passa poi alla lirica amorosa italiana (la si trova, fra l'altro, nel Fiore e nelle stesse Rime dantesche), e da qui al Dante della Commedia. Il significato esegetico del passo dell'Inferno è quindi quello di paragonare l'intimità e l'amicizia fra l'imperatore Federico e il suo notaio a quello del rapporto amoroso fra amanti, per segnalarne la profondità e nel contempo riabilitare la figura di Piero, ingiustamente calunniato al punto da indurlo a darsi la morte.

giovedì 29 dicembre 2011

Il veltro di Dante e la Chanson de Roland (Nuova Rivista di Letteratura Italiana 5, 2002, pp. 213-26)


Il veltro di Dante (Inf. I 100-111) costituisce uno dei più grandi enigmi del poema dantesco. Il carattere profetico del passo ne spiega l'ambiguità, tanto nelle caratteristiche quanto nell'esegesi specifica dei versi danteschi. Nel contributo si tenta di dare una lettura e una interpretazione "ghibellina" del passo, come riferimento a un personaggio di estrazione imperiale (Cangrande della Scala?), seguendo le coordinate delle fonti del passo dantesco: un episodio poco noto dagli studiosi - almeno nell'ottica degli studi sulla Commedia - della Chanson de Roland: un sogno (profetico, appunto) dell'imperatore Carlo Magno, che vede proprio un veltro accorrere in aiuto della sua causa...

lunedì 24 ottobre 2011

Il Convento francescano di S. Croce in Fossabanda (Pisa)



Il giorno 16 ottobre 2012, nel convento di S. Croce in Fossabanda a Pisa, è stato presentato il mio volume su Il convento di S. Croce in Fossabanda e l'Osservanza francescana a Pisa (Pontedera, C.L.D. Libri 2011). Relatori dell'incontro sono stati la prof.ssa M. L. Ceccarelli Lemut, ordinaria di Storia medievale e di Esegesi delle fonti storiche presso l'Università di Pisa; e monsignor Aldo Armani, rettore della Chiesa Nazionale dei Cavalieri di S. Stefano e direttore dell'Ufficio Comunicazioni Sociali dell'Arcidiocesi di Pisa; presenta anche la giornalista Francesca Benucci, inviata della rivista Toscana Oggi, che ha scritto un articolo sul suo giornale. 
Il piccolo volume nasce per caso, come è giusto che sia da parte di chi -come il sottoscritto- storico non è, ma al massimo cultore di antiche memorie. Un pomeriggio me ne stavo immerso fra le mie amate scartoffie piene di polvere della piccola bibliotechina dei frati di S. Croce (ricordo che avevo fra le mani gli Annales Minorum del Wadding), quando fra' Guido Fineschi mi chiede, buttandola lì, perché non provavo a ricostruire le linee generali della storia del convento: tolta una piccolissima monografia di carattere esclusivamente artistico-architettonico, non esisteva infatti nessun lavoro che analizzasse la storia della presenza dei frati nel convento e le loro innumerevoli vicissitudini, che poi si intrecciano con quelle della città di Pisa. Accettai subito l'invito di fra' Guido: la possibilità di immergermi fra antichi documenti d'archivio del tutto inediti, e sui quali difficilmente passo mano d'uomo se non quella di qualche impenitente "topo di biblioteca", mi allettava non poco; oltre alla curiosità di poter sapere qualcosa di più su un luogo che ha ospitato parecchi dei miei anni pisani.