sabato 25 febbraio 2017

Immagine poetica, immaginazione: Dante e la cultura medioevale (Firenze, 3-4 aprile 2017)


Dal concetto di immagine a quello di immaginazione nel Medioevo, partendo, come chiavi di lettura, dalla Bibbia (homo imago Dei) alla gnoseologia aristotelica. Il tutto applicato a Dante, alle modalità di lettura e di esegesi relative al rapporto fra Dante e l'immagine cristiana, Dante e l'immagine classica, L'immagine nei poeti medioevali e le Immagini dantesche oltre Dante: questo in sintesi il programma della due giorni di incontro al Palagio dell'Arte della Lana di Firenze. Fra i relatori: Marcello Ciccuto, Enrico Fenzi, Giuseppe Ledda, Luca Fiorentini, Roberto Rea; e molti altri studiosi.
Il programma completo nel pdf sopra.

lunedì 20 febbraio 2017

C. W. Ceram, Civiltà sepolte. Il romanzo dell'archeologia (Einaudi, 1995)


Più e più volte riedito (prima edizione 1949 col titolo GötterGräber und Gelehrte. Roman der Archäologie), il libro - rifiutato da diversi autori e stampato in proprio dall'autore - fu un clamoroso best seller con milioni di copie vendute in tutto il mondo (con traduzioni in venti lingue, compreso il braille), e divenne in brevissimo tempo un classico della divulgazione archeologica. La sua fortuna, come indica anche il titolo, è quella di utilizzare una accattivante forma narrativa da armonizzare con la correttezza storica e la solidità scientifica, muovendosi su "tre piani di narrazione: la rievocazione delle antiche civiltà; la storia delle singole ricerche, delle spedizioni scientifiche; la vicenda umana degli uomini che quegli scavi han condotto. I tre piani, per solito, gravitano attorno a un motivo narrativamente non pianificabile: il caso, l'accidente, l'imprevisto". Ne emergono figure di uomini e di scienziati che lasciano al lettore "la sensazione che le fatiche di Winkelmann o Champollion o Petrie fossero stupende evasioni dalla monotonia di esistenze mediocri. Con il riscatto, l'estrema catarsi che quell'evasione conduce alla conquista di reali tesori di bellezza e conoscenza" (dalla Nota introduttiva al volume).
Il libro è diviso in cinque parti, come altrettanti libri da dedicare a singole civiltà sepolte: Il libro delle statue (dedicato alla civiltà classica, greco-romana e minoico-micenea); Il libro delle piramidi (antico Egitto); Il libro della torri (civiltà della Mesopotamia, il riferimento è alle ziqqurat); Il libro delle scale (civiltà precolombiane, caratterizzate dalle piramidi a gradoni); I libri che non si possono ancora scrivere (su civiltà in fase di scoperta e di valorizzazione, su tutte gli Hittiti, cui però l'autore ha dedicato in seguito un volume a sé dal titolo Il libro delle rupi, trad. it. Einaudi, 2003).

venerdì 17 febbraio 2017

C. W. Ceram, Civiltà al sole (Oscar Mondadori, 1988)


C. W. Ceram (pseudonimo di Kurt Wilhelm Marek) è un giornalista tedesco, noto soprattutto come divulgatore di archeologia, scienza a cui ha dedicato numerosi libri, tutti fortunatissimi dal punto di vista editoriale, con record di vendite in molti paesi. Civiltà sepolte (pubblicato nel 1949) resta la sua opera di maggior successo, libro che però ha una sua versione minor in Civiltà al sole, edito per la prima volta nel 1957 col titolo di Götter, Gräber und Gelehrte im Bild ("Dèi, tombe e studiosi illustrati""); dove il testo è molto ridotto a favore di un ricco apparato iconografico e figurativo (316 illustrazioni nel testo e 16 fuori testo). 
Il volume si divide in cinque libri, dedicati rispettivamente alla nascita dell'archeologia, all'antico Egitto, ai popoli della Mesopotamia, alle civiltà precolombiane d'America, e l'ultimo con uno sguardo retrospettivo alle nuove frontiere dell'archeologia (aerea e subacquea).

lunedì 13 febbraio 2017

S. N. Kramer, I Sumeri. Alle radici della storia (Roma, Newton Compton 1997)

Statua in diorite di Gudea di Lagash (2150-2125 a.C.)
(New York, Metropolitan Museum)

Il misterioso popolo dei Sumeri, trapiantato agli albori della storia nella Mesopotamia meridionale (attuale Iraq) da chissà dove - non sono Indoeuropei né Semiti, né hanno parentele note con altre popolazioni - fu l'inventore della scrittura intorno al IV millennio a.C., e ci ha lasciato una ricca letteratura, scritta in caratteri cuneiformi su tavolette di argilla. 
Il volume di Samuel Noah Kramer (1897-1990), uno dei più grandi sumerologi di sempre (L'histoire commence à Sumer, prima edizione Paris 1975), raccoglie 30 saggi, ognuno dei quali dedicato a una "prima assoluta" nella storia.
Il saggio iniziale è dedicato alle testimonianze relative alle prime scuole: la scuola presso i Sumeri nasce per trasmettere l'apprendimento della (complessa) scrittura cuneiforme; le prime scuole, con una notevole quantità di testi scolastici (esercitazioni, compiti, ecc.) sono state dissepolte nell'antica città di Shuruppak, e sono databili al 2500 a.C. Dalle tavolette apprendiamo che il numero degli scribi in attività era pari a diverse migliaia, e tutti destinati a ricoprire incarichi di amministrazione presso il Tempio e il Palazzo del re. All'inizio la scuola è alle dipendenze del Tempio, quindi sotto il controllo religioso; ma col passare del tempo essa si svincola sempre più fino ad assumere un carattere laico e a diventare il fulcro della cultura e del sapere sumerici. L'istruzione, come per la maggior parte dei popoli dell'antichità, non era obbligatoria, né rivolta a tutti: solo le classi sociali più elevate potevano permettersi il pagamento della retta del maestro e il tempo prolungato per conseguire il titolo di scriba. Era quindi a tutti gli effetti una scuola privata, per pochi. Nelle tavolette poi non figurano mai donne: segno che l'educazione era esclusivo appannaggio maschile. A capo della scuola stava l'ummia, o 'padre della scuola', mentre gli alunni erano chiamati 'figli della scuola'. Il maestro era affiancato da un assistente chiamato 'fratello della scuola', che trascriveva in bella copia le tavolette che gli allievi dovevano ricopiare e poi imparare tutte a memoria. Completavano l'organico dei docenti un 'incaricato del disegno' (la scrittura era in gran parte pittografica), e un 'incaricato del sumerico' (un nostro insegnante di grammatica). Fra gli addetti alla sorveglianza figurava anche il temuto 'incaricato della frusta' che puniva i ritardatari o i ragazzi particolarmente distratti o indisciplinati. 

martedì 31 gennaio 2017

La tradizione manoscritta del Purgatorio: collazione dei loci Barbi (Letteratura Italiana Antica 18, 2017, pp. 129-250)


Dopo oltre un secolo dalla sua formulazione, si realizza finalmente il sogno di Michele Barbi di collazionare tutta la tradizione manoscritta della Commedia dantesca secondo un numero ristretto di luoghi critici. In questo primo studio si presentano le collazioni sui loci del Barbi di tutti i manoscritti - non frammentari - contenenti il Purgatorio: in tutto 509 codici.
Il lavoro è alla base della proposta di chi scrive per una nuova edizione critica della Commedia (da realizzare plausibilmente entro il 2021, settecentenario della morte di Dante: 1321-2021), i cui criteri sono già stati pubblicati in un articolo dal titolo: Appunti per una nuova edizione critica della 'Commedia' (disponibile integralmente qui).
Per questioni legate al copyright si carica qui una prima anteprima (parziale) dello studio.

lunedì 30 gennaio 2017

Il Canto di Ildebrando (Hildebrandslied)

le carte originali del Canto di Ildebrando (Kassel, Murhardsche Bibliothek) 

Come in Star Wars (Episodio V: L'Impero colpisce ancora), quando Darth Vader rivela a Luke Skywalker: "Io, sono tuo padre!"; così avviene nel Canto di Ildebrando (in tedesco Hildebrandslied), il più antico poema epico-eroico della tradizione germanica (fine VIII - inizi IX secolo d.C.).
Il guerriero Ildebrando, al seguito di Teodorico re degli Ostrogoti, per colpa di Odoacre re degli Eruli è costretto ad abbandonare la patria, partendo per l'esilio. Lascia la giovane moglie e il bambino piccolo, nato dalla loro unione, Adubrando. Dopo trent'anni Ildebrando rientra in patria, a capo delle schiere di Teodorico, e lo scontro con le truppe di Odoacre, guidate da Adubrando diventato nel frattempo un abile guerriero, è inevitabile.
I due campioni scendono al centro del campo, con le armi sguainate, pronti al duello all'ultimo sangue.
A questo punto Ildebrando, prima di iniziare le ostilità, chiede ad Adubrando qual è il suo nome e la sua stirpe. Adubrando gli rivela di essere il figlio di Ildebrando, partito da quelle terre trent'anni prima, ma ormai - afferma il giovane guerriero - morto in combattimento, lontano dalla sua patria. Ildebrando si rivela: "Adubrando, io, sono tuo padre" (più o meno con queste parole). Ma il giovane non gli crede, ed anzi si convince subito che si tratta di un subdolo stratagemma messo in piedi per codardia, nel timore, da parte di Ildebrando, di dover affrontare un duello con un guerriero molto più giovane di lui. A nulla valgono le parole di Ildebrando, disposto a fargli dei doni e a siglare la pace. Adubrando è irremovibile, e lo scontro mortale ha inizio...
Il poemetto consta di soli 68 versi, ed è privo del finale. Traspare in tutto il testo un'atmosfera cupa e tragica, intrisa del fatalismo tipico delle tribù germaniche: gli uomini sono vittima di un Fato superiore, cieco e imperscrutabile, contro il quale non possono far nulla. Come nella tragedia greca, all'eroe tragico si prospettano due scelte, entrambe equivalenti nel loro risultato finale: uccidere o essere ucciso. Con l'aggravante che in questo caso si tratta di uccidere il proprio figlio, o essere ucciso da lui. Comunque vada, il finale, improntato al dolore e alla morte, è un dato scontato fin dalle premesse: l'eroe è in ogni caso condannato (destinato) a soffrire.

Testo originale in alto tedesco con traduzione integrale in italiano e commento qui.

sabato 28 gennaio 2017

Aleksandr Zinov'ev, Allegra Russia


Alzi la mano chi conosce Aleksandr Zinov'ev. Eppure resta molto singolare la figura di questo professore di Logica che, venuto in contrasto con il potere sovietico, è costretto a lasciare la sua cattedra di Filosofia all'Università di Mosca e il suo posto nell'Accademia delle Scienze dell'URSS, e a imboccare la via dell'esilio in Germania, prima di un suo definitivo ritorno in patria durante la perestrojka di Gorbaciov. Il suo libro più noto in Occidente resta Cime abissali (1976), un romanzo satirico che prende di mira la società e la politica sovietica, e che, pubblicato clandestinamente in Svizzera, ne decretò l'espulsione dal PCUS e il conseguente esilio. Come giornalista è autore di molti volumi sulla società sovietica e sul periodo staliniano, alcuni dei quali tradotti in italiano; mentre come poeta il suo libro più noto, anch'esso tradotto in italiano, resta Allegra Russia. Scene tratte dalla vita di un ubriacone russo, trad. it. a cura di E. Gori Corti e O. Cigada, Milano, SugarCo Edizioni 1989.
In questo volume il poeta assume il punto di vista di un alcolizzato per realizzare una satira spietata e feroce della Russia dell'era sovietica: dei suoi apparati, dei suoi rappresentanti, e soprattutto del Partito comunista (il famigerato PCUS), di cui si prende di mira soprattutto il falso perbenismo e la morale imposta ipocritamente (i ripetuti tentativi attuati dal governo sovietico di combattere l’alcolismo “educando” il popolo, i centri di disintossicazione, le botte, le commissioni e le milizie).