giovedì 19 gennaio 2017

Poesie di Ugo Iginio Tarchetti


Poeta e scrittore piemontese (San Salvatore Monferrato, 1839-Milano, 1869), Ugo Iginio Tarchetti è, con Arrigo Boito, fra gli esponenti più noti della cosiddetta Scapigliatura milanese. Visse e operò perlopiù a Milano, dove esercitò un'intensa e frenetica attività giornalistica e letteraria (poesie,: Disjecta, 1879; Canti del cuore, 1879; racconti: Storia di una gamba, Milano 1869; Racconti fantastici, ibidem; Racconti umoristici, ibidem; e romanzi: Fosca, Milano 1869), spegnendosi appena trentenne a causa della tisi. 
I temi ricorrenti della sua produzione sono la morte, il disfacimento fisico e la malattia. Nella sua poesia più conosciuta, Memento, carezza e bacia una donna, e al contempo dichiara di non riuscire a fare a meno di pensare al fatto di stringere uno scheletro e di sentirne le ossa sporgenti. Nel romanzo Fosca la protagonista è una donna di rara bruttezza, “la malattia personificata, l’isterismo fatto donna, un miracolo vivente del sistema nervoso”, con la quale il personaggio maschile del romanzo instaurerà un rapporto d’amore morboso, che lo condurrà ai limiti del crollo psichico.
La sua poesia utilizza un linguaggio tradizionale, talvolta arcaico; le forme sono anch’esse della tradizione, perlopiù canzonette o ballate, con rime facili, ai limiti dell’arietta da opera lirica. Solo in Canti del cuore si assiste a una novità nel panorama letterario italiano, ossia l’abbandono del verso tradizionale per la forma del poème en prose, derivata dall’esperienza francese di Baudelaire; ma gli esiti non sono esaltanti.
La parte migliore di Tarchetti, comunque di qualità complessivamente non elevata, è quando il poeta si lascia andare alle sue fantasie più o meno morbose, macabre, orride o patetiche che siano: le sue ossessioni, con forti velature di carattere erotico, i suoi incubi legati alla malattia, alla morte precoce e alla sepoltura (con tanto di visioni tombali e cimiteriali), costituiscono una pagina notevole all’interno del fenomeno della Scapigliatura milanese; fermo restando che la sua produzione resta di molti passi significativamente indietro rispetto all’altra voce del movimento scapigliato, quell’Arrigo Boito che rappresenta la figura più importante del movimento in questione.
Antologia delle sue poesie (con commento) qui.

mercoledì 18 gennaio 2017

L'ennesima (contro)riforma degli Esami di maturità: una vergogna senza fine


Un ulteriore ritocchino al ribasso. Ecco come si annuncia l'ennesimo tentativo di riforma degli Esami di maturità 2017. Il criterio ispiratore è, come ho già avuto modo di scrivere altrove, la paura di selezionare, o semplicemente di valutare gli alunni: si pensa perciò che il modo migliore di aggirare l'ostacolo sia il non valutarli affatto. 
La proposta è la seguente: per essere ammessi a sostenere l'esame non è più richiesta la valutazione minima del 6 in tutte le discipline, ma basta semplicemente la media del 6. Tradotto in pratica: in un liceo basterà avere un 8 in condotta o in Educazione Fisica - che, com'è noto, non si nega a nessuno - per pareggiare un 4 in matematica o in inglese. Abolita poi la terza prova, tanto temuta dagli studenti, e perfino la tesina finale. Se poi passasse, come pare assodato da tempo, anche l'idea della commissione tutta interna con solo il presidente esterno, resta solo una parola per giudicare l'esame di maturità: una farsa. 
Oltre che sbagliata nel merito, una tale (contro)riforma è del tutto diseducativa. Attualmente un ragazzo con un 5 in matematica o in inglese è comunque motivato - sotto la minaccia della non ammissione all'esame - a tentare un qualche recupero della disciplina: del resto, diciamocelo in faccia, praticamente nessuno oggi non è ammesso all'esame per una sola insufficienza, e prova ne è che il superamento dell'esame è dell'ordine di oltre il 90%, sfiora il 95% la percentuale degli ammessi. Se passasse la riforma un ragazzo, col suo bravo 8 in educazione fisica, manderà tranquillamente al diavolo la matematica o l'inglese. 
In una situazione di crisi della scuola pubblica non c'è bisogno di questo ulteriore svilimento al ribasso, di questo aiutino - peraltro non richiesto - agli studenti. La scuola si potenzia, non si svilisce; il diploma di maturità, lo studio in sé, devono essere dei valori da conquistare, non un reddito minimo concesso indiscriminatamente a tutti, tanto per regalare un pezzo di carta. Nei paesi ex comunisti l'istruzione era obbligatoria fino ai gradi universitari: ma quelle lauree non valevano niente in Occidente, proprio perché erano dei pezzi di carta straccia. Verso una tale realtà stiamo (stanno) conducendo la scuola pubblica in Italia: il diploma è svuotato di ogni valore, se non legale (non ancora almeno), quantomeno pratico.
I social sono (simpaticamente) scatenati: "Con la nuova maturità anche la ministra dell'Istruzione potrà prendere il diploma" (Alberto Papini); "il diploma minimo garantito" (Vincenzo Ghezzi); "un popolo di ignoranti è più facile da governare" (Eleonora); "per evitare la fuga dei cervelli non ne sforniamo più" (MartaChiNoCosa). 
Purtroppo qui da ridere resta poco: il quadro è desolante, e terribilmente drammatico. E noi assistiamo impotenti a questo attacco quotidiano al diritto all'istruzione, portato avanti da una pletora di politici ignoranti, per un popolo ignorante. Una vergogna senza fine.

venerdì 13 gennaio 2017

"Programma il Futuro": una piattaforma per l'insegnamento dei linguaggi di programmazione (coding) nelle scuole italiane


Come l'informatica costituisce la spina dorsale della società attuale, così l'informatica deve costituire l'ossatura dell'insegnamento scolastico, di ogni ordine e grado. Ben vengano dunque le iniziative, da qualunque lato esse provengano,volte a potenziare le ore di informatica a scuola, intendendo tale disciplina non nel senso, banale direi, di imparare l'utilizzo di programmi o di app, ma nello studio e nell'elaborazione dei linguaggi di base della programmazione che consentano allo studente di poter progettare e realizzare fattivamente, in prima persona o nel gruppo classe, un programma o un'app. Imparare fin da subito - dalla scuola primaria per esempio - il linguaggio base della programmazione (il cosiddetto coding), è operazione buona e giusta, e in quanto tale degna di promozione. 
In tal senso è estremamente positivo il Piano Nazionale Scuola digitale (PNSD), previsto dalla pur discussa legge 107/2015 (la "legge della Buona scuola", per intenderci), che a sua volta prevede il progetto Programma il Futuro, La piattaforma in questione raccoglie materiale, lezioni e attività varie per docenti e studenti, che possono anche avvalersene per partecipare all"Ora del codice", un percorso (uno di base e cinque avanzati) al termine del quale ciascun partecipante può ottenere un attestato personalizzato in formato pdf, rilasciato dal MIUR e dagli insegnanti che hanno seguito lo studente.

sabato 7 gennaio 2017

Una scuola senza compiti per casa?


Nelle ultime settimane si è acceso molto il dibattito, in Italia e non solo, circa l'assegnazione dei compiti a scuola che - secondo molti - aggraverebbero eccessivamente la mole di lavoro per i ragazzi, senza peraltro risultati apprezzabili da un punto di vista didattico. La lettera aperta di un genitore a un insegnante (ma più in basso la simpatica replica dei social), che ha avuto molto risalto sui media, giustificava il figlio presso il docente, esonerandolo dai compiti assegnati, in nome di una presunta incompatibilità fra tempo per la scuola e tempo per la famiglia e i rapporti sociali: primum vivere, deinde philosophari, verrebbe da chiosare. Si sono addotti molti esempi di scuole all'avanguardia, soprattutto del nord Europa, in cui i compiti per casa sarebbero ridotti al minimo, se non aboliti del tutto; e anche da noi alcuni presidi hanno assunto pubblicamente una posizione in tal senso. Insomma la scuola del futuro, secondo questa visione, sarebbe senza i famigerati compiti a casa (o peggio, "per le vacanze").
Dalle parole ai fatti: Nasce a Torino la scuola senza compiti, né cartella, né voti, titola Repubblica in un articolo del 22 dicembre (giustappunto a ridosso dell'assegnazione dei compiti per le vacanze natalizie). La scuola in questione nasce come esperimento d'élite: scuola privata, ovviamente (7/8 mila euro l'anno il costo della retta); massimo 15-18 alunni a classe (un sogno per la scuola pubblica con le sue classi pollaio!); con orario 8-17, ma con "solo tre moduli di lezione da 80 minuti, intervallati da lunghe pause per mangiare e giocare". L'esperimento pedagogico nasce come scuola elementare, si chiamerà "La scuola possibile", e sorgerà all'interno del Basic Village, in via Foggia, con lo sponsor di grandi marchi (Robe di Kappa, Lavazza, ecc.). L'idea è di Laura Milani (da don Milani a Laura Milani, scherzi del destino!), direttrice dello IAAD (Istituto di Arti Applicate e Design).

giovedì 5 gennaio 2017

Una (singolare) traduzione in latino della Divina Commedia


Un medico milanese in pensione, Antonio Bonelli (già esperto di chirurgia pediatrica e cardiotoracica presso l'Ospedale dei Bambini di Milano) ha pubblicato una singolare traduzione in latino dell'intera Commedia dantesca: Dantis Alagherii Comoedia. Latina translatio Antonii Bonelli, Livorno, CTL (Centro Tipografico Livornese) 2016, pp. 462, euro 20. 
Che Dante abbia avuto inizialmente la tentazione o l'intenzione di scrivere il suo capolavoro in latino, o addirittura lo abbia effettivamente fatto per i primi canti, cambiando poi repentinamente idea, è una vecchia questione della filologia dantesca (oggi perlopiù negata e - aggiungo io - giustamente accantonata). La traduzione di Bonelli non è in esametri latini, come ci si poteva aspettare, ma in una prosa latina scandita tuttavia in terzine:

Media aetate, 
bona deserta fruge, 
in obscura silva me inveni...

Questo l'incipit del poema tradotto in latino ("Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura / ché la diritta via era smarrita"). 
Quale valore l'opera in sé possa avere (con tutta la simpatia e la stima nei confronti del medico milanese dai molteplici interessi, credo molto poco); resta comunque una simpatica iniziativa e un tributo originale per il 750° centenario dalla nascita del divin poeta (1265-2015), e già in scia del ben più importante 700° centenario dalla morte (1321-2021).
(Nel pdf in alto, il testo dell'intervista di Bonelli su La Stampa di oggi).

martedì 3 gennaio 2017

La tradizione manoscritta delle Laude di Iacopone da Todi (Nuova Rivista di Letteratura Italiana 19, 2016, 2, pp. 9-103)


Il saggio rende nota la conclusione del censimento relativo alle Laude di Iacopone da Todi. Si tratta in tutto di 353 manoscritti, che si possono dividere in tre tipologie: manoscritti omogenei, dedicati in tutto o in gran parte a Iacopone (71 codici); manoscritti miscellanei (230 codici), che ospitano, insieme a laude iacoponiche, testi di altra e varia natura; sermonari (52 codici), con citazioni o estrapolazioni del poeta todino all'interno di sermoni di frati. I manoscritti omogenei si suddividono, in base alla seriazione delle laude, in sette gruppi (o famiglie): famiglia umbra; codici derivati dall'editio princeps (Firenze, Francesco Bonaccorsi 1490), comunque connessi con la famiglia umbra; famiglia abruzzese; famiglia umbro-toscana; famiglia toscana (divisa a sua volta in gruppo toscano principale e secondario); famiglia veneta; codici indipendenti non riconducibili agli altri gruppi. I manoscritti miscellanei invece, in base all'ambiente di origine e/o produzione, si suddividono in quattro gruppi: laudari appartenenti a compagnie di Laudesi; laudari di Disciplinati; codici di origine conventuale; e codici di privati.  
In coda all'articolo segue l'elenco ragionato dei 353 codici, con indicazioni per ciascuno relative all'età, la tipologia, l'origine specifica, e il numero delle laude ospitate.
(N.B. Per motivi editoriali si carica solo un estratto parziale dell'articolo; chiunque necessitasse del file integrale è pregato di contattarmi in privato)

domenica 25 dicembre 2016

Ipponatte di Clazomene

Scena di un sacrificio (V sec. a.C., Paris, Louvre)

Come per tutti gli antichi poeti lirici della Grecia arcaica, anche per Ipponatte le notizie biografiche in nostro possesso sono scarsissime, e probabilmente condizionate dalla leggenda. Il poeta sarebbe vissuto nella seconda metà del vi secolo (intorno al 540 a. C.): il suo nome (da íppos e ànax, ‘signore di cavalli’) depone, come è anche ovvio che sia per chi deteneva la cultura nel vi secolo, per l’origine aristocratica. Per motivi politici però (la tirannide di Atenagora e Comas) pare che assai presto egli abbia dovuto lasciare, forse condannato all’esilio, la sua città natale Efeso, per trasferirsi a Clazòmene, sempre in Ionia, dove quasi certamente visse in precarie condizioni economiche. Fra i tanti figuri di cui si circondò, tutti ritratti nella sua poesia con nomi e descrizioni molto realistiche come tante ‘macchiette’, si ricorda in particolare un terzetto, costituito dagli artisti (per la precisione scultori) Bùpalo e Atènide, accompagnati dalla sorella del primo Arete, a creare un ambiguo ed equivoco ménage à trois, aggravato ovviamente dal presunto incesto intorno al quale il poeta scaglia le più feroci e sarcastiche invettive. 
Il perché di tanto accanimento nei loro confronti da parte di Ipponatte ha ancora una volta il sapore della leggenda: Arete non avrebbe ricambiato l’amore di Ipponatte; o forse Bùpalo (il vero antagonista del poeta) avrebbe ritratto molto realisticamente nella sua scultura le fattezze fisiche di Ipponatte, che pare non fosse un Adone (la tradizione ce lo descrive brutto, basso e deforme). Come per Archiloco, anche per Ipponatte la leggenda ci tramanda del suicidio dei tre compari-avversari del poeta, svergognati dalla virulenza dei giambi di Ipponatte.
Della sua produzione poetica ci restano all’incirca 200 versi, la maggior parte molto frammentari. L’ambiente dei suoi giambi è la cittadina di Clazòmene, nei suoi quartieri più degradati che fa da sfondo ai numerosi personaggi: oltre al trio sopra ricordato, il mago Ciccòne, una sorta di ciarlatano che vive da parassita nelle case degli aristocratici; Sanno, dall’immenso patrimonio pressoché interamente dilapidato in banchetti e festicciole, quasi un Trimalcione ante litteram; e tanti altri. Ma il protagonista più importante della sua poesia è proprio il poeta, o meglio, rifuggendo da facili e non assodati autobiografismi, il soggetto parlante, l’io lirico, del quale sappiamo vita, sotterfugi, espedienti e lamenti contro la miseria e la povertà. 
In definitiva Ipponatte rappresenta, senza il minimo dubbio, la più grande figura di poeta comico della lirica greca arcaica; certamente superiore, quanto a vis comica, ad Archiloco (la cui grandezza si misura in frammenti di altro genere, soprattutto elegiaco), almeno allo stato attuale dei frammenti.

Per scaricare i frammenti di Ipponatte in italiano (con commento) clicca qui.
Testo greco originale di tutti i frammenti di Ipponatte (ed. Aloni) qui.